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venerdì 22 febbraio 2013

L’addestramento scolastico contemporaneo: produzione e misurazione


La malattia da cui è affetta la scuola è talmente strutturale e radicata nelle menti di noi individui civilizzati (anche e soprattutto di quelli che si credono più intelligenti e colti), che è indispensabile offrire indicazioni chiare e nette a chi vuole ancora (provare a) salvarsi.
La scuola è la struttura che permette di costruire e mantenere in piedi l'attuale miserabile organizzazione sociale. Qualcuno ritiene che siano i media a trasformarci in macchine da produzione e consumo. Questo è vero solo in parte. I pericoli maggiori non arrivano dalla televisione, dalla radio, o dal web. Arrivano dalla scuola. Perchè il tipo di individui che negli ultimi decenni ha dato (e oggi ancora dà, si spera ancora per poco) la direzione al nostro modo di vivere non è quello che passa la vita guardando la televisione o navigando in rete, ma quello che sgobba ore e ore ogni giorno per "andare bene" a scuola. La scuola è la vera causa del produttivismo/efficientismo/consumismo contemporaneo, non i media, neppure quelli di massa come la televisione. Ore e ore di televisione possono creare uomini-consumatori passivi annichiliti e inebetiti dagli spot pubblicitari, dalle fiction e dai reality, uomini che occupano posti subordinati nella scala sociale e non avranno quindi mai la possibilità di cambiare il mondo. Ma ore e ore di perfetti adempimenti scolastici creano uomini-produttori-consumatori attivi e rigorosi, quegli uomini che decidono (“non decidono”, sarebbe forse il caso di dire) ogni giorno che bisogna continuare a vivere in questo modo penosissimo e che non è necessario alcun cambiamento di rotta.
Il potere (la responsabilità!) di conservare la condizione presente ce l'ha la scuola, perchè è la scuola che per prima ha il compito, in questo mondo così organizzato, di iniziare a stabilire chi in futuro avrà il potere e chi non lo avrà. E qui iniziano i problemi e gli interrogativi. Come si fa a sapere chi potrà avere il potere e chi no? Qualcuno risponderà: occorre misurare in qualche modo i livelli raggiunti dagli individui. Ma come si fa a misurarli? Qualcuno risponderà: cercando di trovare metri di misurazione. E quali sono questi metri? Qualcuno risponderà di sapere quali sono. E inizierà ad applicarli. Poi si accorgerà che la misurazione non va ancora bene, e allora cambierà. E cambierà poi di nuovo. E ancora e ancora. Fino a quando sarà soddisfatto perché avrà trovato il modo giusto per misurare perfettamente i ragazzi e le ragazze. Tutto perfetto quindi? Tutto perfettamente sbagliato, direi. C’è un grande problema che questi professionisti del calcolo e della misurazione non considerano: la gran parte delle cose misurabili in un essere umano sono le più superficiali, le più inutili, e per giunta le più falsificabili. Ma questo non è importante per costoro, l’importante è illudersi di avere per le mani qualcosa di facilmente controllabile e misurabile. Nelle nostre scuole la semplicità viene costantemente deviata verso la complicazione, mentre la complessità è trattata con semplicismo. Ed è così che per un giovane non ci può essere spazio, a scuola, per una libera personalissima lettura di un libro che lo ha incuriosito ed esaltato, non c’è spazio per una riflessione e/o libero dialogo sull'alienazione, sulla poesia, sulla morte, sull'humanitas, sulla fede, sulla sessualità, sulla retorica e il linguaggio, sul modernismo, sul femminismo, sul relativismo, sul superomismo e persino su tutti i presunti vizi e tutte le presunte virtù dell'uomo e della donna. Una riflessione nata da un verso di un poeta latino o di un filosofo contemporaneo. Roba letta per caso da un libro aperto in un momento di noia. O da una pagina web aperta solo per sbaglio. Uno spunto qualsiasi che ci porta a un momento di vita autentica, a pensare realmente in autonomia e per il puro piacere di farlo. Una riflessione che può dirci  tantissimo di un individuo, ci può svelare la sua anima persino, i suoi dubbi e paure, le sue speranze e le sue passioni. “Ma via! codesta roba non è misurabile! è immondizia! Noi abbiamo il compito di misurare. Abbiamo persino costruito delle tabelle, delle "griglie" per costringere questi ragazzi a farsi misurare per bene”. Ecco quindi che tutti gli obiettivi della scuola tendono a questa misurazione finale. Non c’è spazio per altro nella testa dei giovani: “Sarò misurato, dovrò avere misurazioni alte”, “Se ottengo misure alte, valgodi più”. È questa esattamente la causa della desertificazione umana presente nel mondo, che nasce e viene ufficializzata nelle nostre scuole.
I primi a diventare disumani sono proprio gli insegnanti, costretti - senza rendersene conto - a diventare meccanici misuratori invece di brillanti appassionati e appassionanti guide nel percorso di crescita di chi è più giovane di loro. È piuttosto normale poi che il virus produttivistico transiti dagli insegnanti agli allievi, che difficilmente si rendono conto della deformazione del sistema. Chi istintivamente si ribella perché ha mantenuto un po’ di naturalissima tendenza alla libera espressione della propria personalità, viene costretto a fare marcia indietro, trattato come un appestato, un barbaro, un incivile. Normalmente si sente dire che quel determinato alunno non è “scolarizzato”. In pratica non risponde ancora ai criteri di produzione scolastica, non è stato ancora inscatolato, non si è ancora lasciato mettere nel barattolino pronto per la consumazione. Sono rarissimi i giovani, soprattutto nei licei, che riescono a superare i cinque anni senza essere normalizzati, ridotti alla paralisi intellettuale morale emozionale, ricondotti allo standard medio dell’uomo-massa. Il trattamento di continua produzione e misurazione lascia pochi superstiti. Probabilmente al termine del quinquennio liceale sono salvi il 2-3% dei giovani, forse anche meno. Che è poi la stessa percentuale degli insegnanti che sono consapevoli di queste storture e che lottano per non far perdere agli allievi la loro residua umanità. Nelle nostre scuole non ci si può occupare di ciò che piace, che appassiona, che serve alla crescita di un individuo. Nelle nostre scuole si finisce per studiare solo tutto ciò che può essere misurabile, numero di esercizi svolti, numero di pagine studiate, numero di esercizi corretti, numero di informazioni lette sul libro e ripetute correttamente. Da un trattamento simile non può che uscire un bravo imbecille, un servo rispettoso, un faticatore infelice, un uomo-macchina. Perché è la macchina ad essere progettata per rispondere a compiti esattamente standardizzati, normalizzati, tutti misurabilissimi. On off, uno zero, aperto chiuso, giusto sbagliato.
Non ci lamentiamo, quindi, se oggi ci ritroviamo in un mondo di automi privi di intensità emotiva, perché li costruiamo noi questi automi, educandoli a svolgere sin dall’infanzia compiti meccanici, ripetitivi e misurabili. Non mi scandalizzo affatto nel vedere ogni giorno decine di migliaia di uomini ricchissimi e potentissimi fregarsene di decine di milioni che crepano. Questo atteggiamento viene insegnato a bambini e ragazzi nelle nostre scuole, e si cela dietro parole come “efficienza”, “meritocrazia”, “produzione”, “valutazione”. Sono le stesse belle parole che sentiamo proclamare ogni giorno dagli uomini di potere di tutto il mondo civilizzato.
Antonio Saccoccio

domenica 14 ottobre 2012

La scuola non ci piace, parola di adolescente (risultati di un'indagine HBSC)

Abbiamo più volte ripetuto che l'apprendimento dovrebbe puntare sulla passione e sul piacere. Il fallimento della scuola si manifesta chiaramente quando i ragazzi e le ragazze iniziano ad odiare la scuola.
Un’indagine HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), condotta in collaborazione con i ministeri della Salute e dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha messo in luce in modo chiaro la situazione deprimente della nostra scuola. Agli intervistati, ragazzi di 11 e 13 anni, è stato chiesto cosa pensassero della scuola. Ebbene, i risultati sono chiari per tutto il mondo. Mentre ancora a 11 anni i ragazzi accettano  la scuola, già a 13 anni la stragrande maggioranza la giudica negativamente. La scuola italiana, in particolare, si dimostra la più inadeguata. O i ragazzi e le ragazze italiani/e sono i più sensibili e/o insofferenti alla scuola?
Soprattutto per i maschi la scuola risulta insopportabile. La percentuale dei preadolescenti a cui non piace la scuola è addirittura superiore a quella di coloro che, anche se a malincuore, la accettano.
A favore della descolarizzazione ci sono ovviamente motivazioni ben più solide e inoppugnabili, che i giovanissimi ancora non sono in grado di discernere, ma quando persino i tredicenni iniziano a percepire l'inadeguatezza della scuola è forse giunto il momento di prendere immediati provvedimenti.


martedì 6 marzo 2012

Le uniformi a scuola: avanti con la militarizzazione dell'esistenza

Per comprendere quanto possa essere nocivo l'autoritarismo degli adulti nei confronti dei ragazzi e dei bambini, è necessario leggere la pagina dedicata oggi al tema dell'educazione sul Corriere della Sera. L'articolo principale intitolato Le uniformi a scuola contro la sindrome di Lolita ci informa del tema in tutta la sua sconcertante gravità. Leggiamo:


La senatrice francesce Chantal Jouanno ha presentato in Parlamento il suo rapporto intitolato «Contro l' iper-sessualizzazione, una nuova battaglia per l'uguaglianza», e il ministro della Solidarietà Roselyne Bachelot ha promesso di seguirne le raccomandazioni. Per «difendere i nostri bambini dalla confusione illustrata dallo stesso termine di pre adolescenza», che toglie anni preziosi a quella che dovrebbe essere «infanzia», il rapporto Jouanno auspica alcune prime misure concrete: divieto dei concorsi di bellezza per «mini-miss», e ritorno all' uniforme scolastica sin dalle elementari. Se l'erotizzazione dell' esistenza comincia presto, bisogna allora anticipare anche la lotta contro i jeans a vita bassa.


L'uniforme a scuola e l'ennesimo disperato tentativo di reintrodurla. Di questo si tratta. Erotizzazione, pericoli della pre-adolescenza, confusione, concorsi di bellezza non sono altro che parole-scudo dietro alle quali si nasconde un altro patetico tentativo di ripristinare uno degli elementi più retrogradi e imbecilli della scuola passata: la divisa! il grembiule! uguale per tutti! E quindi: controllo e militarizzazione del bambino-operaio-soldato agli ordini dell'adulto-padrone-generale! Il termine e l'aggettivo "uniforme" dovrebbe - questa sì! - essere vietato in contesti educativi. Il problema è che il culto dell'uniforme è concepito e teorizzato da chi del grigiore uniforme ha fatto un sistema di vita. Gli adulti ingrigiti vogliono precocemente ingrigire i giovani uniformandoli al proprio sistema di vita, irreggimentato, gretto, claustrofobico. Infelice.


Che l'erotizzazione precoce sia una scusa per riproporre la divisa è chiaro dalle semplicissime obiezioni che una mente poco più acuta di quella della senatrice potrebbe opporle. Obiezioni che sono correttamente espresse al termine dell'articolo, riportando le parole del sociologo Michel Fize che afferma:



Bisogna riconoscere che oggi le ragazzine pure molto giovani affermano una femminilità della quale vanno fiere, mentre il loro punto di vista è totalmente assente nel rapporto. Più che sottomesse, direi poi che padroneggiano completamente l'uguaglianza tra i sessi. Infine, l' erotizzazione diffusa è un problema che tocca tutta la società, è difficile isolarlo e combatterlo solo sotto i 12 anni.


Quindi, è chiaro che l'ipersessualizzazione dei bambini e delle bambine non è il punto centrale della situazione. Il punto è che la visione che si vuole imporre è esclusivamente quella dell'adulto, mentre ciò che sentono, provano e pensano bambini e ragazzi non è minimamente preso in considerazione.
Ma la povera Chantal Jouanno non ha evidentemente gli strumenti per comprendere qualcosa che vada al di là della sua pochezza, è una donna che fa politica ed evidentemente segue l'onda del sentimento popolare. Quale onda? Quella, sempre presente in ogni momento, dei tanti nostalgici dei bei tempi andati, in cui tutto filava liscio nelle scuole: tutti irrigiditi dietro il banco, ubbidienti e impauriti, in soggezione durissima e costante, pronti a rispondere a domanda inutile con risposta rapida precofenzionata (sempre altrettanto inutile, si intende). Tutto sotto controllo. Voi fate i bambini-operai, noi siamo gli adulti-padroni!
Tra questi nostalgici della scuola-carcere-fabbrica di deficienti, compare nella stessa pagina la solita opinionista di buon senso a cui non si nega mai la parola in questi casi, tale Federica Mormando, che nell'articolo di commento ci regala un pezzo di sublime bravura e pathos inarrivabile (!). Leggiamo integralmente, perché non vogliamo modificare una sola virgola.


La divisa è in primo luogo un'affermazione, non un divieto. La divisa afferma che siamo nel tempo della nostra vita dedicato allo studio a scuola. Siamo scolari e la nostra funzione è imparare. E siamo un gruppo. Il che incita alla solidarietà, tanto è vero che la divisa era stata proposta anche fra i mezzi per prevenire il bullismo. Si è di «questa» scuola, e se ne può andare orgogliosi, se il corpo insegnante si dà da fare per questo. Si può essere fieri della propria divisa, come lo sono i militari che credono nella loro missione. Si può essere rispettati per la divisa: incontrare il proprio medico sempre in camice sulla spiaggia in costume, lascia perplessi, perché suggerisce altri ruoli, incrina un po' l'immagine cara al paziente. I segnali esterni dei ruoli e delle funzioni sono importanti simboli, che giungono diretti e chiari più delle parole. La divisa a scuola è una dichiarazione di adesione al ruolo di scolaro, una piccola corazza contro la licenza di giocare, e anche contro vagabondaggi della fantasia che un abbigliamento sexy favorisce, ai bambini, ma anche agli adulti.


Non c’era bisogno certo di queste parole per ribadire la morte del giornalismo in Italia, ne abbiamo esempi frequentissimi. Difficile è però restare indifferenti leggendo tante stupidaggini in poche righe. Il problema è che quelle stupidaggini sono di una pericolosità estrema. Rileggiamo: “La divisa afferma che siamo nel tempo della nostra vita dedicato allo studio a scuola. Siamo scolari e la nostra funzione è imparare”. Esilarante. Non possiamo avere dubbi: c’è un tempo della nostra vita da dedicare allo studio a scuola e basta mettersi una divisa per ricordarcelo tutti quanti! Ora, qui le questioni sono due: 1. si dà per scontato il fatto che la divisione della nostra vita in tempi forzati sia sana; 2. si dà per scontato in modo altrettanto inquietante il fatto che sia sano imporre a tutti i ragazzi di indossare una divisa per poter espletare la “funzione” di imparare. Sarebbero idee esilaranti, se non fossero ripugnanti. Ripugnante è infatti il successivo paragone con il militare, che conferma una volta di più che questa illustre opinionista non ha la minima cognizione della gravità delle proprie affermazioni. Paragonando scolari a militari non si rende conto di affermare direttamente ciò che è nascosto in tutto il suo discorso: la visione militarizzata dell’esistenza. Inoltre le sfugge forse un piccolo particolare: il soldato sceglie di indossare un’uniforme, allo scolaro si vuole imporre la divisa. Ma questo sempre se nella sua illustre testa esiste la differenza tra scelta e imposizione, della qual cosa iniziamo a questo punto a dubitare. Ridiamo solo dell’immagine del medico in spiaggia, perché accanirsi non è necessario: l’immagine è sballata e fuori luogo, ma almeno non è pericolosa come le altre. Ma torniamo seri perché ora il gioco si fa duro. Ecco la professione di fede: "I segnali esterni dei ruoli e delle funzioni sono importanti simboli, che giungono diretti e chiari più delle parole. La divisa a scuola è una dichiarazione di adesione al ruolo di scolaro, una piccola corazza contro la licenza di giocare, e anche contro vagabondaggi della fantasia che un abbigliamento sexy favorisce, ai bambini, ma anche agli adulti".
Ecco che tornano in bella evidenza le parole-chiave: ruoli e funzioni. Gli individui, e quindi anche i bambini, non sono considerati in quanto autonomi individui dotati di proprie personalissime aspirazioni, ma sono ingabbiati in ruoli e funzioni sociali. Mai confessione poteva essere più chiara. Contano ruoli e funzioni: il resto ovviamente è trascurabile.
Ma il lessico autoritario della privazione e della “vita dura” deve ancora arrivare. Leggiamo la parte conclusiva dell’articolo:


Il senso della trasgressione è collegato a quello del dovere, senza il quale — lo vediamo — del piacere resta solo la ricerca esasperata e alla fine vana. Una divisa è un messaggio anche per i genitori: mortificare l'infanzia mascherandola da sex-symbol non è lecito nei luoghi seri dell'istruzione. Un provvedimento di questo genere è occasione per spiegare concetti dimenticati, rimettere a nuovi valori stropicciati, re-inaugurare la disciplina, quella vera, che forma la persona e regola la convivenza. E per restituire a bimbe e bimbi il senso dell'infanzia, che non è più pura o più serena o più etica dell'età adulta: è semplicemente un'altra età, che l'imitazione di modelli adulti inaridisce. E rendere obbligatorio lo studio di questi concetti a genitori confusi potrebbe restituirgli la loro divisa: quella di genitori.


Eccoci qui arrivati al capolinea: senso del dovere, serietà dell’istruzione, concetti dimenticati e valori stropicciati (ah quei bei valori di una volta!), disciplina, obbligatorietà. Di fronte a quest’armamentario rivoluzionario non possiamo che alzare bandiera bianca. Tutto è chiaro. La nostra cara opinionista non ha in mente il modello della scuola-carcere, ma quello della vita-lager.
I bambini - ci dice - vanno restituiti all’infanzia, perché i modelli adulti non vanno imitati. I modelli adulti - ce l’ha fatto capire chiaramente - vanno invece imposti, perché tutti i bambini dovranno mettersi una divisa, pronti a diventare come gli adulti: tristi e grigi operai della vita.


Antonio Saccoccio

venerdì 11 febbraio 2011

"Se studierai bene, poi ti darò un dolce!": Carlo Michelstaedter e la sua critica all'educazione e alla scuola

Carlo Michelstaedter è una di quelle figure che dobbiamo rimpiangere. Dobbiamo rimpiangere soprattutto la sua morte prematura, quel colpo di rivoltella con cui si tolse la vita a soli 23 anni. Pochi giorni dopo la morte, Giovanni Papini scrisse che si era suicidato per "accettare sino all’ultimo onestamente e virilmente le conseguenze delle sue idee".
Le sue tesi sulla retorica e la persuasione sono ancora oggi ricche di ottimi spunti critici. E le pagine che sentiamo più vive sono proprio quelle dedicate alla critica della scuola e dell'educazione. Ripercorriamo quelle pagine, tratte da "La Persuasione e la Rettorica" (1910), che fu - badate bene! - la sua tesi di laurea.

La peggior violenza si esercita così sui bambini sotto la maschera dell’affetto e dell’educazione civile. Poiché colla promessa di premi e la minaccia dei castighi che speculano sulla loro debolezza e colle carezze e i timori che alla loro debolezza danno vita, lontani dalla libera vita del corpo, si stringono alle forme necessarie in una famiglia civile: le quali come nemiche alla loro natura si devono appunto imporre colla violenza o colla corruzione. [...]
«Tu sarai un bravo ragazzo come quelli che vedi là andare alla scuola, sarai come un grande». Gli si forma il mito di questo bravo scolaro grande, e ogni cosa appartenente allo studio, alla scuola acquista un dolce sapore: l’andare a scuola, la borsa per i libri ecc. E si forma la gerarchia dei valori in rapporto alla superiorità della classe: «Se sarai bravo, il prossimo anno, non scriverai più sulla lavagna, ma in quaderno!» e con l’inchiostro!». Tutti approfittano di quest’anima in provvisorio che sogna «il tempo quando sarà grande», per violentarla, «incamiciarla», ammanettarla, metterla in via assieme agli altri a occupare quel dato posto, e respirar quella data aria sulla gran via polverosa della civiltà.
Occorre riflettere attentamente - lo abbiamo detto più volte - su questa idea del "mito della scuola". Michelstaedter giustamente parla del "mito" del bravo scolaro. E' proprio facendo forza su questo mito che si può violentare e ingabbiare i bambini, i ragazzi.
Ma il giovane filosofo goriziano va anche oltre questa constatazione. La dissociazione tra piacere e dovere è un altro aspetto fondamentale della questione. E anche questa parte con la scuola.

Fin dai primi doveri che gli si impongono, tutto lo sforzo tende a renderlo indifferente a quello che fa, perché pur lo faccia secondo le regole con tutta oggettività. «Da una parte il dovere dall’altra il piacere». «Se studierai bene, poi ti darò un dolce – altrimenti non ti permetterò di giuocare». E il bambino è costretto a mettersi in capo quei dati segni della scrittura, quelle date notizie della storia, per poi avere il premio dolce al suo corpo.
«Hai studiato – adesso puoi giuocare!».
E il bambino s’abitua a considerar lo studio come un lavoro necessario per viver contenti, se anche in sé sia del tutto indifferente alla sua vita: ai dolci, al giuoco ecc. Così gli si impongono le determinate parole, i determinati luoghi comuni, i determinati giudizi, tutti i καλλωπίσματα della convenienza e della scienza, che per lui saranno sempre privi di significato in sé ed avranno sempre soltanto tutti quel costante senso: è necessario per poter avere il dolce, per poter giuocare in pace: la sufficienza e il calcolo.
Quando al dolce e al giuoco si sostituisca il guadagno, «la possibilità di vivere» –: «la carriera», «la via fatta», «le professioni» – lo studio o la qualsiasi occupazione conserveranno il senso che il primo dovere aveva: indifferente, oscuro, ma necessario per poter giocare poi, cioè per poter vivere ai miei gusti, per mangiare, bere e dormire e prolificare.

L'indifferenza e l'alienazione di tutta una vita partono così da quel meccanismo terrificante che è la scuola e lo studio utilitaristico. La drammatica indifferenza verso ciò che si legge e si studia. Dante, Leopardi, Seneca e Platone trasformati in mezzi per ottenere il dolcetto, il premio, il successo. L'ammaestramento e l'indottrinamento a cui sono sottoposte le giovani menti, con tutte le convenzioni sociali e i luoghi comuni mascherati da alti pensieri: tutto ciò grazie all'istituzione scolastica.


Così ne potremo fare un degno braccio irresponsabile della società: Un giudice, che giudichi impassibile, tirando la proiezione dalla figura che l’istruttoria gli presenti sulle coordinate del suo codice, senza chiedersi se questo sia giusto o meno. Un maestro, che tenga 4 ore al giorno 80, 90 bambini chiusi in uno stanzone, li obblighi a star immobili, a ripetere ciò che egli dica, a studiare quelle date cose, lodandoli se studino e siano disciplinati, castigandoli se non studino e non s’adattino alla disciplina, – e non s’accorga d’esser un uomo che sta esercitando violenza sul suo simile, che ne porterà le conseguenze per tutta la vita, senza sapere perché lo faccia e perché così lo faccia – ma secondo il programma imposto. Un boia, che quando uccida un uomo non pensi, che egli, un uomo, uccide un suo simile, senza sapere perché l’uccida. Perché egli non veda mai altro in tutto ciò che quell’ufficio indifferente su cui non si discute ma che gli dà i mezzi per vivere, e sia istrumento inconsapevole. [...]


Come al bambino si diceva: «fai come dice il babbo che ne sa più di te, e non occorre che tu domandi ‘perché’, obbedisci e non ragionare, quando sarai grande capirai». Così si conforta il giovane a perseguire nel suo studio scientifico senza che si chieda che senso abbia, dicendogli: «tu cooperi all’immortale edificio della futura armonia delle scienze e sarà un po’ anche merito tuo se gli uomini quando saranno grandi, un giorno sapranno». Ma gli uomini temo che siano sì bene incamminati, che non verrà loro mai il capriccio di uscir della tranquilla e serena minore età.

L'arte della ripetizione meccanica, immobile e imbecille. L'arte dell'imbecille disciplina e dell'imbecillissima obbedienza. 
Carlo Michelstaedter: anno 1910.

Antonio Saccoccio