lunedì 11 marzo 2013

La scuola per Benedetto Vertecchi: autoreferenzialità elevata a sistema


La deriva autoritaria e autoreferenziale della scuola italiana (e occidentale più in generale) è ben rappresentata dal recente articoletto di Benedetto Vertecchi apparso sull’Unità del 7 marzo scorso: "Scarsi in matematica? Colpa della volgarità". Vertecchi annuncia, con quel compiacimento che accompagna spesso analisi del genere, l’ennesima figuraccia dell’Italia nell’ultimo rapporto sui livelli di apprendimento. Questa volta sul banco degli imputati c’è la matematica. Lo studioso evidenzia le motivazioni per cui l’apprendimento dei ragazzi è così scarso negli ultimi decenni e afferma:
Gli stili di vita prevalenti nei Paesi industrializzati riducono progressivamente l’uso delle competenze di base nelle pratiche quotidiane. Si legge e si scrive sempre di meno, e c’è sempre minor bisogno di calcolare.
Siamo alle solite. La colpa è della maledetta tecnologia che ci semplifica troppo la vita. Ascoltiamo invece di leggere, parliamo invece di scrivere, e magari per fare le addizioni usiamo il calcolatore elettronico invece di mettere i numeretti in colonna! Non ci siamo. In questo modo scriviamo, leggiamo e calcoliamo poco, con il disprezzabilissimo risultato di semplificarci l'esistenza. E poi nei test istituzionali risulteremo scarsi.
Sconcerta il fatto che Vertecchi, e i tanti come lui, non si pongano mai il problema in termini differenti. Non è che le abilità dei giovani si sono trasformate e che quei questionari, frutto di una superata visione meccanica, produttivistica e utilitaristica della conoscenza, non sono più adeguati a misurarne le abilità? Parliamo ovviamente di abilità al plurale, perché questo almeno dovrebbe essere scontato. Anche se a leggere Vertecchi sembra sempre e solo l’intelligenza logico-sequenziale quella da tenere in considerazione (e non a caso anche riferendosi alla lingua parla di grammatica, sintassi, etc., e quando parla di affettività, ne parla in termini riduttivi, anzi spregiativi e manipolativi). Siamo ancora al modello dell’uomo razionale ad una dimensione, senz’anima, intuito e passioni, tutto calcolo, utilità ed efficientismo? Sembrerebbe proprio di sì. D’altra parte, Vertecchi è un docimologo, e purtroppo le sue analisi sono viziate da un peccato ab origine: partono tutte da dati statistici, da qualcosa che è ben misurabile e valutabile. E come abbiamo detto più volte, quasi tutte le cose facilmente misurabili in un essere umano sono anche le meno ricche e le più superficiali. D’altra parte, il tipo di individuo che oggi ottiene risultati positivi nei questionari di valutazione scolastica non lo definiremmo intelligente e/o sensibile, ma piuttosto integrato e conforme al modello produttivistico dominante. Modello dominante nelle alte sfere produttive, ma in via di sparizione nella sensibilità comune. Come mostrano proprio i dati che Vertecchi analizza con tanto allarmismo. Chissà come reagirebbe il noto docimologo se si accorgesse che stanno emergendo nuove abilità nelle ultime generazioni, tra cui quella di operare analogicamente, simultaneamente, sinesteticamente, comunitariamente e che queste abilità aprono nuove possibilità di organizzazione dell’esistenza e dell’esistente. Vivere più organicamente e meno meccanicamente, ad esempio. L'immersione al posto della costrizione/misurazione. Rifiutare l’isolamento individualistico scolastico, freddo ed efficientistico, preferendo il coinvolgimento in vivi contesti di apprendimento neotribali e informali, ma non per questo “volgari”. Volgare resta – e non c’è nulla di provocatorio in questa affermazione - il tentativo di plasmare con forza il mondo a propria immagine, soprattutto quando quell’immagine è da tempo superata (e per fortuna, aggiungiamo noi). D’altra parte quando si è ormai lontanissimi dal sentire il fluire della vita, si può finire anche con il proporre soluzioni davvero sconcertanti come la seguente di Vertecchi:
Essenziale in questa prospettiva è un forte incremento della presenza della scuola nell’organizzazione della vita di bambini e ragazzi: si tenga conto che i risultati migliori sono quelli che si ottengono nei sistemi scolastici che operano su tempi distesi e impegnano una parte più consistente del tempo degli allievi.
Come a dire: questo mondo non ci piace come sta andando a finire, cerchiamo di curarlo con un po’ di scolarizzazione in più e dopo questa bella terapia tutto andrà a posto. Invece di lasciar fluire piacevolmente  e naturalmente l'apprendimento nella vita quotidiana, si tenta di rinchiuderlo a forza nelle mura scolastiche. Un tentativo che, se non fosse patetico e destinato a rapida sconfitta, dovrebbe essere guardato con pericolosità perché violento e autoritario. Ci si rende conto che la scuola non riesce più a produrre individui come desideriamo, e come cura cosa si propone? Più scuola. Aumentare le dosi del farmaco, perché il paziente non risponde più alla terapia.
Siamo di fronte ad una visione del mondo che, per fortuna, si delegittima nello stesso momento in cui tenta disperatamente di imporsi. Se chi fa l’apologia del calcolo e della razionalità, non è più capace delle osservazioni più elementari, possiamo dire ancora una volta che non vediamo altra soluzione alla crisi della scuola che non sia la descolarizzazione. Processo per altro già in atto naturalmente, ma che le istituzioni fanno finta da tempo di non vedere per non ammettere di dover ripensare completamente uno dei pilastri della modernità: la scuola appunto, l’unica cosa - ahimè - che resta davvero volgare a questo mondo.

Antonio Saccoccio

venerdì 22 febbraio 2013

L’addestramento scolastico contemporaneo: produzione e misurazione


La malattia da cui è affetta la scuola è talmente strutturale e radicata nelle menti di noi individui civilizzati (anche e soprattutto di quelli che si credono più intelligenti e colti), che è indispensabile offrire indicazioni chiare e nette a chi vuole ancora (provare a) salvarsi.
La scuola è la struttura che permette di costruire e mantenere in piedi l'attuale miserabile organizzazione sociale. Qualcuno ritiene che siano i media a trasformarci in macchine da produzione e consumo. Questo è vero solo in parte. I pericoli maggiori non arrivano dalla televisione, dalla radio, o dal web. Arrivano dalla scuola. Perchè il tipo di individui che negli ultimi decenni ha dato (e oggi ancora dà, si spera ancora per poco) la direzione al nostro modo di vivere non è quello che passa la vita guardando la televisione o navigando in rete, ma quello che sgobba ore e ore ogni giorno per "andare bene" a scuola. La scuola è la vera causa del produttivismo/efficientismo/consumismo contemporaneo, non i media, neppure quelli di massa come la televisione. Ore e ore di televisione possono creare uomini-consumatori passivi annichiliti e inebetiti dagli spot pubblicitari, dalle fiction e dai reality, uomini che occupano posti subordinati nella scala sociale e non avranno quindi mai la possibilità di cambiare il mondo. Ma ore e ore di perfetti adempimenti scolastici creano uomini-produttori-consumatori attivi e rigorosi, quegli uomini che decidono (“non decidono”, sarebbe forse il caso di dire) ogni giorno che bisogna continuare a vivere in questo modo penosissimo e che non è necessario alcun cambiamento di rotta.
Il potere (la responsabilità!) di conservare la condizione presente ce l'ha la scuola, perchè è la scuola che per prima ha il compito, in questo mondo così organizzato, di iniziare a stabilire chi in futuro avrà il potere e chi non lo avrà. E qui iniziano i problemi e gli interrogativi. Come si fa a sapere chi potrà avere il potere e chi no? Qualcuno risponderà: occorre misurare in qualche modo i livelli raggiunti dagli individui. Ma come si fa a misurarli? Qualcuno risponderà: cercando di trovare metri di misurazione. E quali sono questi metri? Qualcuno risponderà di sapere quali sono. E inizierà ad applicarli. Poi si accorgerà che la misurazione non va ancora bene, e allora cambierà. E cambierà poi di nuovo. E ancora e ancora. Fino a quando sarà soddisfatto perché avrà trovato il modo giusto per misurare perfettamente i ragazzi e le ragazze. Tutto perfetto quindi? Tutto perfettamente sbagliato, direi. C’è un grande problema che questi professionisti del calcolo e della misurazione non considerano: la gran parte delle cose misurabili in un essere umano sono le più superficiali, le più inutili, e per giunta le più falsificabili. Ma questo non è importante per costoro, l’importante è illudersi di avere per le mani qualcosa di facilmente controllabile e misurabile. Nelle nostre scuole la semplicità viene costantemente deviata verso la complicazione, mentre la complessità è trattata con semplicismo. Ed è così che per un giovane non ci può essere spazio, a scuola, per una libera personalissima lettura di un libro che lo ha incuriosito ed esaltato, non c’è spazio per una riflessione e/o libero dialogo sull'alienazione, sulla poesia, sulla morte, sull'humanitas, sulla fede, sulla sessualità, sulla retorica e il linguaggio, sul modernismo, sul femminismo, sul relativismo, sul superomismo e persino su tutti i presunti vizi e tutte le presunte virtù dell'uomo e della donna. Una riflessione nata da un verso di un poeta latino o di un filosofo contemporaneo. Roba letta per caso da un libro aperto in un momento di noia. O da una pagina web aperta solo per sbaglio. Uno spunto qualsiasi che ci porta a un momento di vita autentica, a pensare realmente in autonomia e per il puro piacere di farlo. Una riflessione che può dirci  tantissimo di un individuo, ci può svelare la sua anima persino, i suoi dubbi e paure, le sue speranze e le sue passioni. “Ma via! codesta roba non è misurabile! è immondizia! Noi abbiamo il compito di misurare. Abbiamo persino costruito delle tabelle, delle "griglie" per costringere questi ragazzi a farsi misurare per bene”. Ecco quindi che tutti gli obiettivi della scuola tendono a questa misurazione finale. Non c’è spazio per altro nella testa dei giovani: “Sarò misurato, dovrò avere misurazioni alte”, “Se ottengo misure alte, valgodi più”. È questa esattamente la causa della desertificazione umana presente nel mondo, che nasce e viene ufficializzata nelle nostre scuole.
I primi a diventare disumani sono proprio gli insegnanti, costretti - senza rendersene conto - a diventare meccanici misuratori invece di brillanti appassionati e appassionanti guide nel percorso di crescita di chi è più giovane di loro. È piuttosto normale poi che il virus produttivistico transiti dagli insegnanti agli allievi, che difficilmente si rendono conto della deformazione del sistema. Chi istintivamente si ribella perché ha mantenuto un po’ di naturalissima tendenza alla libera espressione della propria personalità, viene costretto a fare marcia indietro, trattato come un appestato, un barbaro, un incivile. Normalmente si sente dire che quel determinato alunno non è “scolarizzato”. In pratica non risponde ancora ai criteri di produzione scolastica, non è stato ancora inscatolato, non si è ancora lasciato mettere nel barattolino pronto per la consumazione. Sono rarissimi i giovani, soprattutto nei licei, che riescono a superare i cinque anni senza essere normalizzati, ridotti alla paralisi intellettuale morale emozionale, ricondotti allo standard medio dell’uomo-massa. Il trattamento di continua produzione e misurazione lascia pochi superstiti. Probabilmente al termine del quinquennio liceale sono salvi il 2-3% dei giovani, forse anche meno. Che è poi la stessa percentuale degli insegnanti che sono consapevoli di queste storture e che lottano per non far perdere agli allievi la loro residua umanità. Nelle nostre scuole non ci si può occupare di ciò che piace, che appassiona, che serve alla crescita di un individuo. Nelle nostre scuole si finisce per studiare solo tutto ciò che può essere misurabile, numero di esercizi svolti, numero di pagine studiate, numero di esercizi corretti, numero di informazioni lette sul libro e ripetute correttamente. Da un trattamento simile non può che uscire un bravo imbecille, un servo rispettoso, un faticatore infelice, un uomo-macchina. Perché è la macchina ad essere progettata per rispondere a compiti esattamente standardizzati, normalizzati, tutti misurabilissimi. On off, uno zero, aperto chiuso, giusto sbagliato.
Non ci lamentiamo, quindi, se oggi ci ritroviamo in un mondo di automi privi di intensità emotiva, perché li costruiamo noi questi automi, educandoli a svolgere sin dall’infanzia compiti meccanici, ripetitivi e misurabili. Non mi scandalizzo affatto nel vedere ogni giorno decine di migliaia di uomini ricchissimi e potentissimi fregarsene di decine di milioni che crepano. Questo atteggiamento viene insegnato a bambini e ragazzi nelle nostre scuole, e si cela dietro parole come “efficienza”, “meritocrazia”, “produzione”, “valutazione”. Sono le stesse belle parole che sentiamo proclamare ogni giorno dagli uomini di potere di tutto il mondo civilizzato.
Antonio Saccoccio

domenica 14 ottobre 2012

La scuola non ci piace, parola di adolescente (risultati di un'indagine HBSC)

Abbiamo più volte ripetuto che l'apprendimento dovrebbe puntare sulla passione e sul piacere. Il fallimento della scuola si manifesta chiaramente quando i ragazzi e le ragazze iniziano ad odiare la scuola.
Un’indagine HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), condotta in collaborazione con i ministeri della Salute e dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha messo in luce in modo chiaro la situazione deprimente della nostra scuola. Agli intervistati, ragazzi di 11 e 13 anni, è stato chiesto cosa pensassero della scuola. Ebbene, i risultati sono chiari per tutto il mondo. Mentre ancora a 11 anni i ragazzi accettano  la scuola, già a 13 anni la stragrande maggioranza la giudica negativamente. La scuola italiana, in particolare, si dimostra la più inadeguata. O i ragazzi e le ragazze italiani/e sono i più sensibili e/o insofferenti alla scuola?
Soprattutto per i maschi la scuola risulta insopportabile. La percentuale dei preadolescenti a cui non piace la scuola è addirittura superiore a quella di coloro che, anche se a malincuore, la accettano.
A favore della descolarizzazione ci sono ovviamente motivazioni ben più solide e inoppugnabili, che i giovanissimi ancora non sono in grado di discernere, ma quando persino i tredicenni iniziano a percepire l'inadeguatezza della scuola è forse giunto il momento di prendere immediati provvedimenti.


venerdì 12 ottobre 2012

Giuseppe Tucci: un grande studioso autodidatta parla dell'università italiana

Giuseppe Tucci, grande orientalista, si laureò in lettere, ma fu praticamente un autodidatta. Ecco come ricorda l'Università italiana degli anni Dieci del secolo scorso (i neretti sono miei):


«Debbo subito dire che sin dal primo ingresso nell’Università, questa m’apparve penosa e moritura sopravvivenza di consuetudini d’insegnamento infiacchito e sorpassato [...] L’Università che io, più autodidatta che scolaro, uscito fresco fresco dal liceo e fiducioso di trovare in quella luce ed ispirazione, mi trovai a frequentare, si trascinava sugli schemi delle università tedesche del 1870; troppo cammino avevano percorso da quegli anni l’uomo e la scienza perché non se ne risentissero le conseguenze. Morto era quel mutuo vincolo che determina fra maestro e discepolo una consanguineità inventiva e concreta; al modo che i maestri indiani espressero nel principio govatsanyāya; cioè un rapporto vitale, scambio prodigioso di idee e di affetti. E difatti, se mi permettete di continuare nei ricordi, quando cominciai a seguire i corsi universitari, mi trovai quasi sopraffatto da accademiche dissertazioni, in minoribus, da uno squallido ingombro di nozioni inutili. Spenti erano l’ardore o la corrispondenza che infiammano i giovani; leggendo gli autori, classici ed orientali che fossero, più che mettere in luce, con partecipazione vivace, il bello ed il brutto, il caduco e il durevole, ci si perdeva in un cincischiamento tedioso, in una elencazione compiacente e minuziosa delle opinioni altrui, tutte cose peregrine che ciascuno, volendo, avrebbe potuto da se medesimo ritrovare nei libri e consentirne o dubitarne; e così la valutazione critica o l’accostamento caldo si irrigidivano in quelle angustie»*

Entrando in un'università italiana dopo un secolo dall'esperienza di Tucci, cosa troviamo se non la conferma delle sue amare parole?

* La citazione è tratta da questo Ricordo di Giuseppe Tucci a cura di Raniero Gnoli.

lunedì 27 agosto 2012

Gli esami causano danni (ricordando Francisco Ferrer i Guardia)

Gli esami sono probabilmente il momento più indecoroso dell'intera istituzione scolastica. Sono causa di: studio meccanico; inutili sforzi; disaffezione al sapere; vanità; arrivismo.
Gli esami sono la chiara conferma che la scuola non ha come fine la reale umana crescita dell'individuo, ma lo sviluppo dei suoi lati peggiori, che gli saranno utili ad imporsi sugli altri negli anni successivi.

Con grande lucidità i pensatori della libertà hanno sempre avuto chiaro questo problema. Riportiamo qui l'articolo di Francisco Ferrer i Guardia tratto dal Boletín de la Escuela Moderna. 
Los exámenes clásicos, aquellos que estamos habituados a ver a la terminación del año escolar y a los que nuestros padres tenían en gran predicamento, no dan resultado alguno, y si lo producen es en el orden del mal.
Estos actos, que se visten de solemnidades ridículas, parecen ser instituídos solamente para satisfacer el amor propio enfermizo de los padres, la supina vanidad y el interés egoísta de muchos maestros y para causar sendas torturas a los niños antes del examen, y después, las consiguientes enfermedades más o menos prematuras.
Cada padre desea que su hijo se presente en público como uno de los tantos sobresalientes del colegio, haciendo gala de ser un sabio en miniatura. No le importa que para ello su hijo, por espacio de quince días o un mes, sea víctima de exquisitos tormentos. Como se juzga por el exterior, se viene a la consideración que los dichos tormentos no son tales, porque no dejan como señal el más pequeño rasguño ni la más insignificante cicatriz en la piel...
La inconsciencia en que se vive con relación a la naturaleza del niño y a lo inicuo de ponerle en condiciones forzadas para que saque de su flaqueza psicológica fuerzas intelectuales, sobre todo en la esfera de la memoria, impide a los padres ver que un rato de satisfacción de amor propio, puede ser la causa, como ha sucedido muchas veces, de enfermedad, de la muerte moral y material de sus hijos.
A la mayoría de los profesores, por otra parte, estereotipadores de frases hechas, inoculadores mecánicos, más que padres morales del educando, lo que más les interesa en los exámenes es su propia personalidad y su estado económico; su objeto es hacer ver a los padres y demás concurrentes a los exámenes, que el alumno, bajo su égida, sabe muchísimo, que sus conocimientos en extensión y caridad exceden a lo que se podía esperar de sus cortos años y al poco tiempo que hace ha estado en el colegio de tan meritísimo profesor.
Además de esa miserable vanidad, satisfecha a costa de la vida moral y física del alumno, se esfuerzan, esos determinados maestros, en arrancar plácemes del vulgo, de los padres y demás concurrentes ignaros de lo que pasa en la realidad de las cosas, como un reclamo eficacísimo que les garantiza el crédito y el prestigio de la Tienda Escolar.
En crudo, somos adversarios impenitentes de los indicados exámenes. En el colegio todo tiene que ser efectuado en beneficio del estudiante. Todo acto que no consiga ese fin debe ser rechazado como antitético a la naturaleza de una positiva enseñanza. De los exámenes no saca nada bueno y recibe, por el contrario, gérmenes de mucho malo el alumno. A más de las enfermedades físicas susodichas, sobre todo las del sistema nervioso y acaso de una muerte temprana, los elementos morales que inicia en la conciencia del niño ese acto inmoral calificado de examen son: la vanidad enloquecedora de los altamente premiados; la envidia roedora y la humillación, obstáculo de sanas iniciativas, en los que han claudicado; y en unos y en otros, y en todos, los albores de la mayoría de los sentimientos que forman los matices del egoísmo.

Sono parole del 1902 e dopo 110 anni nulla sembra essere cambiato. Stress fisico e psicologico. Studio insensato. Vanità dei professori e degli alunni. Umiliazioni. Egoismo.
Gli esami provocano danni.
Lottiamo per eliminarli. O cerchiamo di limitare i loro danni al minimo.

Antonio Saccoccio





venerdì 20 luglio 2012

La letra con sangre entra (Francisco de Goya)



Francisco de Goya, La letra con sangre entra o Escena de escuela (c. 1780 - 1785?). 19,7 x 38,7 cm. Óleo sobre lienzo. Museo de Zaragoza (adquirido por el Gobierno de Aragón en 2008 a la Galería Caylus).

mercoledì 30 maggio 2012

Giovani che scimmiottano i vecchi e dimenticano se stessi: il fallimento dell'educazione (Max Stirner)

Uno dei danni maggiori causati dall'educazione scolastica è costituito dalla pretesa che il giovane debba assorbire determinate credenze sul mondo senza porle in discussione. Il giovane ha solo il compito di riempire il proprio cervello di ciò che gli viene proposto come "sapere". E' incredibile come si possa, nel terzo millennio, credere ancora che un giovane debba crescere bene assorbendo il mondo degli adulti così com'è, senza filtrarlo, adattarlo, contestarlo. Quante volte si dovrà ancora assistere al deprimente spettacolo di giovani costretti a ripetere stancamente la stanca retorica degli adulti sulla giustizia, sul razzismo, sulla meritocrazia, sul pacifismo, sulla violenza, sulla legalità? Fino a quando il giovane sarà dichiarato "adulto" soltanto dopo essersi bene impregnato dei valori a lui trasmessi dalla generazione precedente?
Già un secolo e mezzo fa, Max Stirner aveva messo in guardia, ne L'unico e la sua proprietà, da questo pericolo. 
Chi non avrebbe osservato, coscientemente o inconsciamente, che tutta la nostra educazione è intesa a far nascere in noi dei sentimenti, anziché permetterci di crearli da noi bene o male? Se qualcuno pronuncia davanti a noi il nome di Dio, noi dobbiamo esser compresi di timor di Dio; se il nome del principe, noi dobbiamo accoglierlo con rispetto, con venerazione e con devozione; se quello della morale, noi dobbiamo rappresentarci qualcosa di inviolabile; se quello del maligno e dei malvagi, noi abbiamo il dovere di rabbrividire.
Tutto è inteso a instillarci quei sentimenti, e chi, per avventura, dimostrasse di udire con compiacenza le imprese dei malvagi, si renderebbe meritevole d'esser "castigato ed educato" colle verghe. Così rimpinzati di sentimenti imposti, noi ci presentiamo alla sbarra della età adulta per esser dichiarati "maggiorenni".
Il nostro bagaglio è composto di "sentimenti sublimi, di massime entusiastiche, di principi eterni, ecc.
"I giovani devono cinguettare al modo dei vecchi; e i maestri di scuola si impegnano per apprender loro l'antica melodia; e sol quando l'hanno mandata a memoria li proclamano adulti.
A noi non è permesso di sentire — ad ogni cosa, ad ogni nome che ci si affaccia — quello che vorremmo e potremmo pensare; non di figurarci, per esempio, qualche cosa di ridicolo di irriverente quando si pronuncia dinanzi a noi il nome di Dio; bensì ci è sempre prescritto quello che in un dato momento dobbiamo sentire e pensare.
Se siamo costretti a crescere pensando e sentendo come coloro che ci hanno preceduto, per forza di cose finiremo per sacrificare noi stessi. L'educazione in questo modo annichilisce la nostra umanità, la nostra volontà, la nostra aspirazione al piacere.
La mia anima o il mio spirito devono esser foggiati come desiderano gli altri, non come bramerei io stesso. Quanta fatica costa ad ognuno il conquistarsi un sentimento proprio ed indipendente quando sente pronunciar dinanzi a sé un qualche nome, il ridere in faccia a colui che quando ci parla attende da noi un viso compunto! Ciò che c'instillarono nell'animo è una cosa straniera, e perciò "santa"; donde la difficoltà di spogliarci del "santo rispetto per essa".
È per uso oggi di celebrare anche la "serietà", la serietà "nelle cose e nei dibattiti di grande importanza", la "serietà tedesca". Questa specie di serietà dimostra assai bene quanto siano antiche e serie la pazzia e l'ossessione. Poiché nessuno è più serio del pazzo quand'egli si trova nel punto centrico della sua pazzia dacché allora egli prende la cosa tanto sul serio che non tollera scherzi.
La sacralità e la santità del sapere, la serietà della conoscenza: altra maniera violentissima per censurare la scoperta, la curiosità, l'umanità. E' serio e sacro ciò che ci viene dai saggi antichi, non ciò che possiamo scoprire e creare noi stessi. Questi i danni della scuola e dell'educazione.

Antonio Saccoccio

martedì 6 marzo 2012

Le uniformi a scuola: avanti con la militarizzazione dell'esistenza

Per comprendere quanto possa essere nocivo l'autoritarismo degli adulti nei confronti dei ragazzi e dei bambini, è necessario leggere la pagina dedicata oggi al tema dell'educazione sul Corriere della Sera. L'articolo principale intitolato Le uniformi a scuola contro la sindrome di Lolita ci informa del tema in tutta la sua sconcertante gravità. Leggiamo:


La senatrice francesce Chantal Jouanno ha presentato in Parlamento il suo rapporto intitolato «Contro l' iper-sessualizzazione, una nuova battaglia per l'uguaglianza», e il ministro della Solidarietà Roselyne Bachelot ha promesso di seguirne le raccomandazioni. Per «difendere i nostri bambini dalla confusione illustrata dallo stesso termine di pre adolescenza», che toglie anni preziosi a quella che dovrebbe essere «infanzia», il rapporto Jouanno auspica alcune prime misure concrete: divieto dei concorsi di bellezza per «mini-miss», e ritorno all' uniforme scolastica sin dalle elementari. Se l'erotizzazione dell' esistenza comincia presto, bisogna allora anticipare anche la lotta contro i jeans a vita bassa.


L'uniforme a scuola e l'ennesimo disperato tentativo di reintrodurla. Di questo si tratta. Erotizzazione, pericoli della pre-adolescenza, confusione, concorsi di bellezza non sono altro che parole-scudo dietro alle quali si nasconde un altro patetico tentativo di ripristinare uno degli elementi più retrogradi e imbecilli della scuola passata: la divisa! il grembiule! uguale per tutti! E quindi: controllo e militarizzazione del bambino-operaio-soldato agli ordini dell'adulto-padrone-generale! Il termine e l'aggettivo "uniforme" dovrebbe - questa sì! - essere vietato in contesti educativi. Il problema è che il culto dell'uniforme è concepito e teorizzato da chi del grigiore uniforme ha fatto un sistema di vita. Gli adulti ingrigiti vogliono precocemente ingrigire i giovani uniformandoli al proprio sistema di vita, irreggimentato, gretto, claustrofobico. Infelice.


Che l'erotizzazione precoce sia una scusa per riproporre la divisa è chiaro dalle semplicissime obiezioni che una mente poco più acuta di quella della senatrice potrebbe opporle. Obiezioni che sono correttamente espresse al termine dell'articolo, riportando le parole del sociologo Michel Fize che afferma:



Bisogna riconoscere che oggi le ragazzine pure molto giovani affermano una femminilità della quale vanno fiere, mentre il loro punto di vista è totalmente assente nel rapporto. Più che sottomesse, direi poi che padroneggiano completamente l'uguaglianza tra i sessi. Infine, l' erotizzazione diffusa è un problema che tocca tutta la società, è difficile isolarlo e combatterlo solo sotto i 12 anni.


Quindi, è chiaro che l'ipersessualizzazione dei bambini e delle bambine non è il punto centrale della situazione. Il punto è che la visione che si vuole imporre è esclusivamente quella dell'adulto, mentre ciò che sentono, provano e pensano bambini e ragazzi non è minimamente preso in considerazione.
Ma la povera Chantal Jouanno non ha evidentemente gli strumenti per comprendere qualcosa che vada al di là della sua pochezza, è una donna che fa politica ed evidentemente segue l'onda del sentimento popolare. Quale onda? Quella, sempre presente in ogni momento, dei tanti nostalgici dei bei tempi andati, in cui tutto filava liscio nelle scuole: tutti irrigiditi dietro il banco, ubbidienti e impauriti, in soggezione durissima e costante, pronti a rispondere a domanda inutile con risposta rapida precofenzionata (sempre altrettanto inutile, si intende). Tutto sotto controllo. Voi fate i bambini-operai, noi siamo gli adulti-padroni!
Tra questi nostalgici della scuola-carcere-fabbrica di deficienti, compare nella stessa pagina la solita opinionista di buon senso a cui non si nega mai la parola in questi casi, tale Federica Mormando, che nell'articolo di commento ci regala un pezzo di sublime bravura e pathos inarrivabile (!). Leggiamo integralmente, perché non vogliamo modificare una sola virgola.


La divisa è in primo luogo un'affermazione, non un divieto. La divisa afferma che siamo nel tempo della nostra vita dedicato allo studio a scuola. Siamo scolari e la nostra funzione è imparare. E siamo un gruppo. Il che incita alla solidarietà, tanto è vero che la divisa era stata proposta anche fra i mezzi per prevenire il bullismo. Si è di «questa» scuola, e se ne può andare orgogliosi, se il corpo insegnante si dà da fare per questo. Si può essere fieri della propria divisa, come lo sono i militari che credono nella loro missione. Si può essere rispettati per la divisa: incontrare il proprio medico sempre in camice sulla spiaggia in costume, lascia perplessi, perché suggerisce altri ruoli, incrina un po' l'immagine cara al paziente. I segnali esterni dei ruoli e delle funzioni sono importanti simboli, che giungono diretti e chiari più delle parole. La divisa a scuola è una dichiarazione di adesione al ruolo di scolaro, una piccola corazza contro la licenza di giocare, e anche contro vagabondaggi della fantasia che un abbigliamento sexy favorisce, ai bambini, ma anche agli adulti.


Non c’era bisogno certo di queste parole per ribadire la morte del giornalismo in Italia, ne abbiamo esempi frequentissimi. Difficile è però restare indifferenti leggendo tante stupidaggini in poche righe. Il problema è che quelle stupidaggini sono di una pericolosità estrema. Rileggiamo: “La divisa afferma che siamo nel tempo della nostra vita dedicato allo studio a scuola. Siamo scolari e la nostra funzione è imparare”. Esilarante. Non possiamo avere dubbi: c’è un tempo della nostra vita da dedicare allo studio a scuola e basta mettersi una divisa per ricordarcelo tutti quanti! Ora, qui le questioni sono due: 1. si dà per scontato il fatto che la divisione della nostra vita in tempi forzati sia sana; 2. si dà per scontato in modo altrettanto inquietante il fatto che sia sano imporre a tutti i ragazzi di indossare una divisa per poter espletare la “funzione” di imparare. Sarebbero idee esilaranti, se non fossero ripugnanti. Ripugnante è infatti il successivo paragone con il militare, che conferma una volta di più che questa illustre opinionista non ha la minima cognizione della gravità delle proprie affermazioni. Paragonando scolari a militari non si rende conto di affermare direttamente ciò che è nascosto in tutto il suo discorso: la visione militarizzata dell’esistenza. Inoltre le sfugge forse un piccolo particolare: il soldato sceglie di indossare un’uniforme, allo scolaro si vuole imporre la divisa. Ma questo sempre se nella sua illustre testa esiste la differenza tra scelta e imposizione, della qual cosa iniziamo a questo punto a dubitare. Ridiamo solo dell’immagine del medico in spiaggia, perché accanirsi non è necessario: l’immagine è sballata e fuori luogo, ma almeno non è pericolosa come le altre. Ma torniamo seri perché ora il gioco si fa duro. Ecco la professione di fede: "I segnali esterni dei ruoli e delle funzioni sono importanti simboli, che giungono diretti e chiari più delle parole. La divisa a scuola è una dichiarazione di adesione al ruolo di scolaro, una piccola corazza contro la licenza di giocare, e anche contro vagabondaggi della fantasia che un abbigliamento sexy favorisce, ai bambini, ma anche agli adulti".
Ecco che tornano in bella evidenza le parole-chiave: ruoli e funzioni. Gli individui, e quindi anche i bambini, non sono considerati in quanto autonomi individui dotati di proprie personalissime aspirazioni, ma sono ingabbiati in ruoli e funzioni sociali. Mai confessione poteva essere più chiara. Contano ruoli e funzioni: il resto ovviamente è trascurabile.
Ma il lessico autoritario della privazione e della “vita dura” deve ancora arrivare. Leggiamo la parte conclusiva dell’articolo:


Il senso della trasgressione è collegato a quello del dovere, senza il quale — lo vediamo — del piacere resta solo la ricerca esasperata e alla fine vana. Una divisa è un messaggio anche per i genitori: mortificare l'infanzia mascherandola da sex-symbol non è lecito nei luoghi seri dell'istruzione. Un provvedimento di questo genere è occasione per spiegare concetti dimenticati, rimettere a nuovi valori stropicciati, re-inaugurare la disciplina, quella vera, che forma la persona e regola la convivenza. E per restituire a bimbe e bimbi il senso dell'infanzia, che non è più pura o più serena o più etica dell'età adulta: è semplicemente un'altra età, che l'imitazione di modelli adulti inaridisce. E rendere obbligatorio lo studio di questi concetti a genitori confusi potrebbe restituirgli la loro divisa: quella di genitori.


Eccoci qui arrivati al capolinea: senso del dovere, serietà dell’istruzione, concetti dimenticati e valori stropicciati (ah quei bei valori di una volta!), disciplina, obbligatorietà. Di fronte a quest’armamentario rivoluzionario non possiamo che alzare bandiera bianca. Tutto è chiaro. La nostra cara opinionista non ha in mente il modello della scuola-carcere, ma quello della vita-lager.
I bambini - ci dice - vanno restituiti all’infanzia, perché i modelli adulti non vanno imitati. I modelli adulti - ce l’ha fatto capire chiaramente - vanno invece imposti, perché tutti i bambini dovranno mettersi una divisa, pronti a diventare come gli adulti: tristi e grigi operai della vita.


Antonio Saccoccio

giovedì 9 febbraio 2012

Contro la scuola e contro il sistema: ricordando gli anni Sessanta (e il Futurismo)

Le contestazioni studentesche degli ultimi anni hanno dato la misura della miseria intellettuale, passionale e ideale della postmodernità. Abbiamo visto studenti arrivati al punto di chiedere di essere più studenti di quello che sono: hanno reclamato più investimenti per la scuola (!); hanno manifestato accanto a professori (sic) universitari; ci hanno regalato cortei molli e deprimenti, conditi di slogan privi di qualsiasi idea alternativa e radicale.
E' per questo che bisogna tornare a ricordare che invece nel secolo scorso abbiamo vissuto due grandi momenti di critica autentica e totale all'istituzione scolastica e universitaria: il primo legato alle prime avanguardie e soprattutto al Futurismo (che si scagliò violentemente contro le accademie, le scuole e le università, il professoralismo), il più recente legato agli anni Sessanta-Settanta e all'ultima grande avanguardia: il Situazionismo.
E' da questo secondo momento, proprio perchè più vicino a noi negli anni, che può e deve ripartire l'analisi e la critica della scuola e dell'università.
Può essere utile, per un giovane studente e universitario di oggi, rileggere ad esempio alcune affermazioni di Mauro Rostagno, tra i protagonisti degli anni della contestazione in quell'incredibile fucina che fu la facoltà di sociologia di Trento.
Ecco uno dei punti fondamentali per Rostagno:




Lotta contro la scuola. Contro ogni tipo di scuola. Quella attuale, ma anche quella riformata. Quella arretrata, ma anche quella avanzata. Non più distinzioni tra scuola buona e scuola cattiva, tra professore buono e professore cattivo, tra autorità "tecnica" (cioè "giusta") e autoritarismo (eccessivo, da correggersi).



Questo appare ancora oggi un punto ineliminabile della questione. Al di là della possibilità evidente di rendere meno amara e nociva l'esperienza scolastica, dobbiamo porci il problema nei suoi termini più brutali: la scuola è in sè un'istituzione oppressiva e autoritaria, quindi non c'è un modo di fare scuola buono e uno cattivo. E occorre partire dall'assunto che "la soluzione del problema non sta nelle riforme tecnocratiche nè in compromessi politici, ma nello sviluppo della lotta, nel suo allargamento e nella sua radicalizzazione".

Il secondo punto che merita attenzione è il seguente:




La lotta contro la scuola è già lotta contro il sistema, proprio nella misura in cui quella "parte" non è attaccata per essere riformata, funzionalizzata, ma al contrario è messa in discussione in quanto tale. Lotta senza possibilità di vittoria fino a che rimane tale, e cioè lotta di una "parte" contro il "tutto". Perchè, e lo si è visto bene, tutte le altre "parti", a questo punto, ti si rivoltano contro. Repressioni e riformismo ti chiudono, e non hai più scampo. Magistratura, Polizia, Esecutivo, Partiti, Mass-Media, Corpo Docente, Chiesa, Famiglia, ecc... sono messe in movimento, in difesa, appunto, non tanto della scuola, ma del sistema stesso, che attraverso la scuola è stato messo in discussione.



Deve essere chiaro che la lotta contro la scuola è la lotta contro il mondo sfatto e brutalizzato, grevemente strutturato sull'utilitarismo e sulle gerarchie di potere. Di questo oggi non ne sono purtroppo più consapevoli gli studenti, che lottano anzi per fare ancora più scuola, quindi per essere ancora più addestrati alla gerarchizzazione futura.
Ora, se si dà una ripulita al lessico e a qualche ideologismo datato (tutta la retorica di classe può essere tranquillamente eliminata), risulta ancora drammaticamente valida la critica alla scuola condotta più di 40 anni fa. Ciò che è drammatico è l'assoluta inconsistenza delle presunte contestazioni giovanili odierne. Lo abbiamo già detto altre volte: si tratta delle tipiche rivolte postmoderne, raduni spettacolari per darsi un tono da pseudo-ribelle, farsi una gita lontano da mamma e papà, e farsi una foto da mettere su facebook. Ma al di là del giorno o dei giorni di festa (neppure così trasgressiva) non resta che l'amarezza per aver dimenticato il motivo e l'obiettivo per cui contestare e lottare. L'anestesia in cui siamo piombati è avvilente, è vero. Ma è anche vero che ci sono voluti 50 anni per riprendere le battaglie futuriste contro scuola e accademie, e ora ne sono passati quasi 50 dalle battaglie situazioniste e sessantottesche. E allora dobbiamo sperare che ribellioni come quelle se ne possano avere solo due in ogni secolo, e quindi è il caso di svegliarci perchè è giunto per noi il momento di timbrare il cartellino della rivolta anche nel secolo XXI.



Antonio Saccoccio

sabato 31 dicembre 2011

La scolarizzazione prima tappa del processo di adulterazione

Sin da bambini siamo aggrediti dall’adulta adulterazione. Uno dei passi fondamentali è costituito dal sistema educativo, che dall’asilo all’università, passo dopo passo, inocula nelle giovani leve il germe dell’adulterazione. In questi ambienti il giovane sa di dover apprendere ciò che si fa e ciò che non si fa, ciò che serve e ciò che non serve, cioè che è giusto e ciò che è sbagliato. Ebbene, in questi ambienti il giovane impara che tutto ciò che è desiderio, tutto ciò che è passione, tutto ciò che è emozione, sogno e visione, scherzo e gioco, tutto questo è negativo, tutto questo è da evitarsi come la peste, tutto questo è punibile, indecoroso e pericoloso. E cosa è invece encomiabile? Cosa dà diritto al premio? Il rispetto delle norme, il calcolo, l’utile, l’obbedienza, il rigore, la serietà, la disciplina. A scuola, per riassumere tutto questo retrivo armamentario, si usa di frequente un termine demenziale: “scolarizzazione”. Che per noi uomini e donne d’avanguardia sta a significare: rendere innocue le sane passioni giovanili, metterle fuorilegge ed educare al servilismo; per i passatisti e i presentisti si tratta invece di una sintesi mirabolante di rispetto, ubbidienza, ordine e disciplina. Che si apprenda a rispettare le regole utilitaristiche del mondo sfatto in cui sono immersi loro! Ecco cosa vogliono!
E usciti fuori dai contesti educativi? Nulla di troppo differente nel cosiddetto tempo libero. Si continua con le “attività militarizzate d’evasione”: sport, musica, danza, etc. Grevi istruttori di calcio e soffocanti docenti di danza: perfetti per gestire dei lager! Maestrini e maestrine di musica dalla bacchetta facile: ottimi in una teca dell’Ottocento!
Passano gli anni, e così il giovane, giunto all’età adulta, è ormai totalmente inoffensivo. Privato degli impulsi più vitali e generosi, non gli resterà che sviluppare al meglio la sua parte razionale e intellettuale (l’unica che gli adulti hanno da sempre incoraggiato e premiato). E sarà - si badi bene - una razionalità al servizio dell’utilitarismo più bieco. Quell’adulto saprà quindi gestire al meglio i suoi risparmi, ma difficilmente avrà un buon amico. Riuscirà a pagare meno tasse, ma si sposerà con la donna che detesta. Saprà fare carriera nel migliore dei modi, ma avrà bisogno di un animatore per divertirsi e svagarsi. Saprà scappare di fronte al pericolo, ma non rischierà mai nulla per aiutare chi è in difficoltà. Saprà bene come obbedire a chi ha più potere di lui, ma non saprà ribellarsi in alcun modo alle sue prepotenze.

tratto da "Antonio Saccoccio, I giovani non sono coglioni! Manifesto per la rivolta delle future generazioni"

venerdì 9 settembre 2011

Studenti come pecore e pappagalli: il metodo analitico-grammaticale nello studio del latino

Una delle assurdità più estreme della scuola italiana è senza dubbio lo studio del latino. Non che si studi il latino - sia chiaro sin da subito - ma che lo si studi nel modo in cui dalla fine dell'Ottocento si studia nelle nostre scuole. Stiamo parlando di quel metodo analitico-grammaticale che dovrebbe favorire nello studente l'insorgere miracoloso di non meglio precisate Capacità Logiche. Stiamo parlando, più realisticamente, di quel metodo che consiste in una serie più o meno finita di declinazioni, coniugazioni, regole, regolette e soprattutto tante tantissime eccezioni da ricordare e ripetere mnemonicamente. Per i grandi pensatori che diedero inizio nel secondo Ottocento a questo insensato studio il latino doveva essere una lingua che poteva essere appresa analizzandola (anzi vivisezionandola) prima di padroneggiarla. Anzi, secondo questi grandi pensatori la lingua si poteva padroneggiare solo dopo la vivisezione. Niente di così folle, se pensiamo che qualcuno ha creduto fino a qualche decennio fa di insegnare anche le lingue straniere contemporanee in questo modo. Salvo poi rendersi conto che gli unici che riuscivano realmente a parlarle erano coloro che si recavano appena per qualche mese nei paesi stranieri, mentre gli studenti che per anni avevano imparato tutte le regole grammaticali non sapevano intrattenere una conversazione per due soli minuti.
Ma per il latino la questione è ancora sospesa. Dato che ancora oggi la stragrande maggioranza degli insegnanti è convinta che si possa conoscere quella lingua a partire dalla ripetizione più o meno meccanica di casi e desinenze e regole e naturalmente tante tante tantissime eccezioni.
Certo, un passo avanti è stato fatto con il tempo. Almeno questo studio insensato oggi non si pratica più nella scuola media inferiore. Nell'ormai lontano 1977 con la legge n.348 l'insegnamento del latino fu abolito nelle scuole medie. In realtà non si era pienamente compreso che non era l'insegnamento del latino in sè ad essere errato, ma il modo in cui si insegnava. Già a quei tempi qualche mente illuminata accolse con un sospiro di sollievo quella scelta. Giorgio Manganelli sul Corriere della sera ne approfittò per ironizzare a suo modo dopo l'approvazione della legge.
In questi ultimi anni, abbiamo riascoltato tutte le vecchie sciocchezze che credevamo scomparse con la nostra adolescenza; quasi intenerivano, con un arcaico rosolio. Abbiamo sentito dire che il latino è "formativo", che "insegna a ragionare". Si è detto che il latino è il nostro fondamento "culturale". Par di sognare. Qualcuno si è strappato i capelli, perchè gli avevano detto che l'Italia, l'Europa, la galassia stavano in piedi solo per via di quelle cinque declinazioni studiate, compitate, recitate, cantilenate sui banchi di scuola. [...] Vorrei sommessamente dissentire: tutto può essere formativo, incluso araldica e strutturalismo, tutto eccetto che il latino che si insegnava nelle scuolette. La sua fucilazione è un puro e semplice atto di igiene mentale. Disinquinamento, disinfestazione, derattizzazione. "Quel" latino era una cosa mostruosa, roba da fantascienza.
Con questo acceso linguaggio d'avanguardia Manganelli liquidava per sempre lo studio cantilenato del latino. Disinquinamento, disinfestazione, derattizzazione.
Eravamo nel 1977. Cosa è accaduto dopo? Che lo studio insensato dalle scuole medie si è trasferito nelle scuole superiori. Licei classici e scientifici sono da decenni in preda al più incredibile degli psittacismi. Da rosa rosae a iter itineris, da videor ai pluralia tantum, da doceo e celo a marmaluot! E tutto questo perchè così si impara a ragionare! Questa è la Logica!
Ma vediamo, qual è il fantastico risultato di anni e anni di pappagallismo neppur tanto dissimulato? Nel migliore dei casi faticosissime opere di meticolosa decifrazione di poche righe scritte in una lingua oscura e misteriosa... e ricca ricchissima soprattutto di tante tantissime eccezioni. Il tutto sempre accompagnati da quel fedelissimo e insostituibile compagno di decifrazione che è il Santo Dizionario. Nel peggiore l'odio radicale e radicato per la lingua che per secoli e secoli hanno parlato i nostri stessi antenati e che ha prodotto molti dei vertici della letteratura di tutti i tempi.
Anche qui Manganelli aveva visto giusto già 35 anni fa.
Ci deve essere qualcosa di guasto in un insegnamento che in otto anni non riesce a far di un allievo un lettore agiato e disteso dei classici di una qualsiasi lingua. In otto anni si impara il cinese, con il sanscrito per buona giunta. In realtà ci hanno insegnato delle sciocchezze, e proprio perchè erano tali han dovuto insegnarcele con vessazione.
Già, la vessazione. Unica arma per costringere un povero adolescente a mandare a memoria regole e regolette di ogni tipo, senza vederne i frutti. Ancora Manganelli:
Il problema è se riuscirà mai a imparare il latino uno che l'ha studiato a quel modo.
Questo modo di studiare la lingua latina è innaturalissimo, e a non rendersene ancora conto sono oggi proprio coloro su cui anni e anni di un così alto studio preparatorio alle più alte conquiste della Logica ha avuto i peggiori effetti: incapacità di prendere in considerazione strade alternative, di mettersi in gioco, di ricominciare se necessario anche da capo.
Questa elasticità è un messaggio che dovrebbe arrivarci anche e proprio dalla lettura dei testi in lingua latina. Ma - dimenticavo - apprendendo in quel modo si riesce forse a leggere i testi latini?
Al massimo si risolvono rompicapi e cruciverba. E neppure tanto bene.

Antonio Saccoccio

sabato 23 luglio 2011

I giovani al bivio: fatica e frustrazione vs passione e felicità

L'idea che bambini e ragazzi debbano obbligatoriamente passare gran parte della loro esistenza chiusi, anzi rinchiusi, nelle scuole, è indubbiamente un residuo di una concenzione del mondo atroce. Una concezione a cui guarderemo inorriditi fra qualche decennio. E' evidente che in un mondo in cui conta prima di ogni altra cosa sacrificarsi quotidianamente in nome della competizione con i nostri simili e della corsa insensata verso qualcosa che si definisce "successo" o "potere", la scuola non è che una palestra per addestrarsi a questa miserabile lotta alla sopravvivenza. Ma, è evidente da diversi anni e da diversi sintomi ormai, i giovani iniziano a percepire l'imbecillità di un simile modo di condurre l'esistenza. La nuova visione del mondo chiede di vivere seguendo i desideri e le passioni, aspirando al piacere, alla felicità. Che senso ha, quindi, questo addestramento militarizzato, punitivo, autoritario e repressivo che ancora i giovani devono subire nelle scuole, se non quello di mantenere artificialmente in piedi una concezione della vita che ormai vacilla sotto tutti i punti di vista? Questa pesante e forzatissima scolarizzazione che ha come obiettivo primario l'abitudine al sacrificio, all'obbedienza, alla fatica ha ancora (se mai l'ha avuta) una ragione di esistere?
Già una quindicina di anni fa, nel 1995, Raoul Vaneigem, libero pensatore con un glorioso passato situazionista alle spalle, commentava così:
Ormai, ogni bambino, ogni adolescente, ogni adulto si trova all'incrocio di una scelta: sfinirsi in un mondo sfinito dalla logica della redditività ad ogni costo, o creare la propria vita creando un ambiente che ne assicuri la pienezza e l'armonia. Perché l'esistenza quotidiana non può essere confusa più a lungo con questa sopravvivenza adattativa a cui l'hanno ridotta gli uomini che producono la merce e dalla quale sono prodotti. Noi non vogliamo più una scuola in cui s'impara a sopravvivere disimparando a vivere.
Al di là del simpatico e neppure troppo originale gioco di parole "vivere/sopravvivere", Vaneigem vedeva giusto. E vedeva giusto anche perchè collegava il mito della scuola all'altro mito del lavoro, considerando il primo una preparazione all'altro.
Si tratta di scegliere tra la vita tutta risolta nel dolore, nella fatica e nel sacrificio e la vita che ha come fine il piacere, la passione, la felicità. La follia contemporanea è che allo studente oggi viene presentata la prima scelta come una scelta saggia e la seconda come una scelta perdente. Per questo motivo viviamo in un mondo di insoddisfatti cronici. La scelta imbecille è fatta passare per saggia e non tutti sono così saggi da comprendere l'ignobile truffa.
Occorrerà combattere in modo limpido ma irriducibile ogni tendenza autoritaria che cercherà ancora di spegnere il giusto risentimento dei giovani, che si sentiranno sempre più oppressi dalla doppia religione della scuola e del lavoro. Occorrerà innanzitutto descolarizzare, togliere potere alle scuole in qualsiasi modo ci sarà possibile. Il potere della scuola è ancora enorme. Chiunque sarà addestrato al sacrificio, alla fatica, alla noia, alla disperazione difficilmente non ripeterà quel modello per tutta la vita. Chi scoprirà che l'esistenza può aprirsi alla libera esplorazione di sè, della natura e degli altri, conquisterà un bene a cui difficilmente rinuncerà.

Antonio Saccoccio

lunedì 11 luglio 2011

Contro l'obbligo scolastico

Uno dei miti contemporanei da sfatare è che la scuola sia sinonimo di civiltà. Ancora più errata è la convinzione che sia un segno di civiltà l'obbligo scolastico. Qualsiasi autentico libertario è allergico alla parola "obbligo", e anche se riferito alla scuola il termine risulta allo stesso modo fastidioso. Nessun individuo, nessuna istituzione dovrebbe poter imporre ai bambini e ai ragazzi di andare a scuola. Quella che viene spacciata come una grande conquista, è in realtà una grande conquista solo per chi vuole asservire l'uomo e renderlo bene integrato al sistema dominante. Se si tratta di conquistare, colonizzare l'uomo, allora di sicuro l'obbligo scolastico è lo strumento più efficace per raggiungere questo obiettivo. Ma se si parla di conquiste umane, allora le cose stanno in modo radicalmente diverso.
La scuola, attraverso l'obbligo, manifesta la pretesa (violentissima e volgarissima pretesa) di voler monopolizzare l'apprendimento, che - lo vediamo oggi con sempre maggiore evidenza - è invece il risultato di continui stimoli ricevuti e interazioni stabilite con l'ambiente esterno e molto spesso indipendenti dalla frequenza scolastica. La scuola può così stabilire, in modo assolutamente autoritario, ciò che è giusto e utile sapere e saper fare. La scuola diventa anche l'unica realtà preposta ad attribuire credibilità all'apprendimento, mediante l'emissione di titoli di studio. E chi può farsi garante di questo apprendimento scolastico e quindi del titolo di studio? Può farlo solo chi è già passato per lo stesso percorso, e ha conseguito anni prima quei titoli di studio che ora deve certificare. In questo sistema il titolo di studio viene totalmente mercificato. A scuola si apprende nient'altro che ad entrare nel circolo di produzione e consumo che caratterizzerà l'alienante vita futura. Già nel 1971 in Invece dell'istruzione, Illich affermava:
Abbiamo cercato per generazioni di migliorare il mondo fornendo una quantità sempre maggiore di scolarizzazione, ma sinora lo sforzo non è andato a buon fine. Abbiamo invece scoperto che obbligare tutti i bambini ad arrampicarsi per una scala scolastica senza fine non serve a promuovere l'uguaglianza ma favorisce fatalmente colui che parte per primo, in migliori condizioni di salute o più preparato; che l'istruzione forzosa spegne nella maggioranza delle persone la voglia di imparare per proprio conto; e che il sapere trattato come merce, elargito in confezioni e considerato come proprietà privata, una volta acquisito, non può che essere sempre scarso.
C'è da disperarsi, quindi, quando gli ingenui scolarizzatori, che spesso usano per sè il titolo di "progressisti" (!), si esaltano confidando in un ulteriore innalzamento dell'obbligo scolastico. L'obbligo di frequentare la scuola è probabilmente più disumano del tanto criticato obbligo del servizio di leva, se non altro perchè non ci priva di un anno, ma di intere decadi della nostra esistenza! (e le migliori!) A tutto ci si abitua, certamente, ma l'abitudine alla scuola ha dell'incredibile, dato che nessun pensiero e nessun dato ormai ci rassicura sull'indispensabilità dell'istituzione scolastica. Dobbiamo quindi operare contro l'obbligo scolastico, affinchè l'apprendimento sia liberato da un'istituzione soffocante e dirigista.
E occorre operare anche contro il valore legale del titolo di studio, che indurrà sempre a scambiare il conseguimento di diplomi e lauree per reale apprendimento.

Antonio Saccoccio

lunedì 20 giugno 2011

Giovanni Papini, la scuola e l'ansia di conoscenza

Giovanni Papini nacque il 9 gennaio del 1881. Di famiglia modesta, visse una fanciullezza all'insegna della solitudine. Ma sin dalla tenera età si gettò nella lettura dei libri della biblioteca paterna (Carducci, Giusti, Plutarco, Alfieri, Erasmo da Rotterdam, etc). Scriverà nel suo capolavoro Un uomo finito:
Per me la realtà non era quella della scuola, della strada, della casa ma piuttosto quella dei libri - là dove mi sentivo viver di più.
Completata la lettura dei libri del padre, passò presto alla biblioteca di Augusto Novelli, per giungere in seguito alla Biblioteca nazionale. Del momento in cui riuscì ad entrare finalmente in biblioteca (evitando dopo ripetuti tentativi il divieto di ingresso per i minori di 16 anni!) ricorderà:
Dopo quel giorno ci tornai tutti i giorni, per tutto il tempo che la tediosissima scuola mi lasciava libero.
E poi:
Mi gettai a capofitto in tutte le letture che mi suggerivano le mie pullulanti curiosità o i titoli de' libri che trovavo in altri libri visti nelle vetrine e sui barroccini e intrapresi allora, senza esperienza, senza guida, e senza un qualsiasi disegno, ma con tutto il furore e l'impeto della passione, la vita dura e magnifica dell'onnisapiente.
Senza esperienza e senza guida, così si muoveva Papini tra gli sterminati volumi della biblioteca nazionale. Guidato dalla sola passione. La scuola lo annoiava. La sua sete di conoscenza trovava appagamento dove non c'era nessuno a dire cosa andava letto o ricercato. In questo modo si formò colui che sarebbe diventato pochi anni dopo uno tra i principali animatori della vita culturale e letteraria italiana dei primi decenni del Novecento. In questo modo si formò uno dei pensatori più liberi che abbia mai avuto il nostro Paese.

Antonio Saccoccio

sabato 28 maggio 2011

Ivan Illich: non ho mai imparato nulla a scuola

Difficile dire quanti bambini vengono oppressi oggi dalla scuola. La scuola serve a modellare i bambini e a farne degli elementi adatti ad integrarsi nell'ingranaggio generale della società. Quindi i bambini più curiosi e sensibili sono generalmente quelli più oppressi dalla scuola. Ivan Illich, noto per il suo testo Descolarizzare la società (1971), ricorda così il suo ingresso a scuola:
A sei anni, quando le lingue che conoscevo erano il francese, l'italiano e il tedesco, mia madre voleva iscrivermi a una scuola di Vienna, una scuola molto buona dove per i bambini era già in uso la pratica dei test. E questi decretarono che ero un bambino ritardato. Il che fu per me un grande vantaggio perché così potei stare per due anni nella biblioteca di mia nonna, leggere i suoi romanzi e cercare nei dizionari tutte quelle cose interessanti che possono eccitare la curiosità di un bambino dispettoso di sette anni.
Certo, è curioso che Illich venga considerato ritardato dalla scuola, ma per chi è all'interno di questa istituzione (ed è capace di analizzarla criticamente) tutto ciò non sorprende: per la scuola il bambino vivace è un problema, perchè porta scompiglio in un ambiente che ha il compito di normalizzare, sedare, castrare ogni velleità.
Per chi è affamato di vita la scuola non può che essere un'enorme frustrazione. Chi è affamato di vita può trovare solo al di fuori della scuola (e dalle altre istituzioni castranti) i giusti stimoli.
Non ho mai preso seriamente la scuola. Di fatto tutto quello che ho imparato l'ho imparato fuori dalla scuola.
E' ancora Illich a parlare. E non si può che condividere.

Antonio Saccoccio

domenica 17 aprile 2011

Educazione, ribellione, utopia: l'esempio di Marcello Bernardi

Pensare una scuola radicalmente differente da quella attuale (o pensare che la scuola non abbia oggi ragione di esistere) è per moltissimi un'assurdità o una follia. Coloro che sostengono l'impraticabilità di alternative allo status quo sono di norma considerati "conservatori" o "reazionari". Ma nei periodi di maggiore oscurantismo e passatismo (come il nostro) godono del più nobile appellativo di "realisti".
Ora si dovrà prima o poi chiarire che tutti costoro, realisti, conservatori o reazionari, devono essere chiamati più propriamente vili realisti, vili conservatori, vili reazionari. E non è una semplice provocazione, è ciò che ci troviamo ad osservare ogni giorno.
A scuola si insegna ad essere non solo conservatori, reazionari e realisti (nel senso di vili conservatori, vili reazionari, vili realisti), ma si insegna a diffidare e a screditare chi coltiva aspirazioni di riscatto e di ribellione, chi sogna, chi spera, chi crede in qualcosa con convinzione. Il motivo non è difficile da comprendere: chi insegna ha dovuto subire, tempo fa, la stessa selezione, gli stessi giudizi: vai bene se ripeti il mondo così com'è, sei sbagliato se ti ribelli a quel mondo e vuoi in qualche modo rovesciarlo. L'insegnante, nella stragrande maggioranza dei casi, è un vile. Ci sono ben pochi giri di parole da fare. Ma gli insegnanti sono vili, perchè gli adulti sono vili. Sono uomini che non si prendono la responsabilità (e la gioia) di vivere da uomini, che non vogliono scegliere come vivere, ma si adattano a vivere come altri hanno deciso per loro. In questo, aveva perfettamente ragione il libertario Marcello Bernardi, quando scriveva:
Il sistema non ha bisogno di uomini. Gli uomini, se sono uomini, non sono convenienti, sono anzi pericolosi. E infatti il sistema fa di tutto perchè essi perdano le caratteristiche della loro specie.
Il gioco, in fondo, è abbastanza semplice. Basta sottoporre l'individuo a un complesso di pressioni condizionanti, fin dal momento della sua nascita. Così ogni nuova generazione si troverà alle prese con persone già manipolate e private delle loro qualità scomode, e da queste persone saranno educate, e il fenomeno si ripeterà all'infinito automaticamente.
Il bambino in effetti ha pochissime occasioni di incontrare degli adulti che siano anche degli uomini e non trova quindi dei modelli ai quali fare riferimento, con i quali confrontarsi, per diventare uomo a sua volta.
Il problema allora è questo: dobbiamo o no dire al bambino che la maggioranza delle persone che lo circondano è "sbagliata", che ben pochi adulti possono essere considerati umani in quanto quasi tutti si adattano a una struttura sociale disumanizzante e accettano quindi la negazione della propria umanità? Dobbiamo o no dire al bambino che gli adulti fingono di essere uomini indipendenti, onesti e ragionevoli e invece di solito non lo sono? Dobbiamo o no dire al bambino che gli adulti lo ingannano?
Noi abbiamo il compito di svelare l'inganno. Noi abbiamo il compito che tanti adulti, che si presentano come saggi, moderati, onesti, difensori della legge, del diritto, dei valori e altre fesserie del genere, sono in realtà dei vigliacchi che hanno paura di pensare ad un mondo diverso e migliore. Questo i veri educatori dovrebbero ripetere a chiare lettere ogni giorno, a sè stessi prima e poi ai giovani. E comportarsi di conseguenza. Sì, perchè di fronte alla negazione adulta dell'umanità, occorrono adulti che affermino l'umanità, e quindi la capacità di pensare, desiderare e contribuire ad un mondo diverso. La nostra funzione storica ce l'ha indicata ancora Bernardi:
Dichiarare il fallimento del passato e del presente e fornire modelli di comportamento suggeriti da un futuro diverso.
Non dobbiamo disperare se attorno a noi regna la depressione, la rassegnazione, il deserto intellettuale e morale. E non dobbiamo neppure delegare ai giovani il compito di cambiare le cose. Dobbiamo noi per primi essere un esempio di diverso atteggiamento, propositivo, aperto, coraggioso, persino eroico.
E occorre essere accusati di "utopia". Quando ci accuseranno di "utopia" saremo certamente stati capaci di pensare a qualcosa di importante per il nostro presente e il nostro futuro. Ancora Bernardi:
Utopia. Parola singolare, che stimola gli uni e imprigiona gli altri. Per il rivoluzionario l'utopia è una fede. Una fede insopprimibile, profonda, incorruttibile, assoluta. E' una ragione di vita. Direi persino che è la vita. Per il conservatore è una parola che tronca sbrigativamente ogni tentativo di proposta alternativa. E' l'incredulità, la negazione, il rifiuto. E' la base della sua determinazione a non fare.
Altra accusa: quella di pazzia. Ma "pazzi sono ritenuti dai conservatori tutti coloro che osano sperare o, anche peggio, credere". Come sosteneva Camus: "se chi spera nella condizione umana è un pazzo, colui che dispera degli avvenimenti è un vile".

Gli adulti, e soprattutto gli educatori, hanno il compito di mostrare che un mondo diverso è possibile. Gli adulti non dovrebbero essere vili. O almeno gli educatori andrebbero scelti tra adulti pienamente uomini, e non vili. Gli adulti, almeno gli educatori, dovrebbero tenere sempre presenti le parole di Bernardi:
Molti affermano che la norma repressiva è inevitabile, che l'uomo non è mai stato e non può mai essere veramente libero, che da sempre l'organizzazione sociale impone la propria legge non foss'altro che per sopravvivere e che l'educare senza tener conto di questa legge vuol dire gettare fra gli uomini il seme del caos e del più funesto disordine. Affermano inoltre che la legge deve, per la sua stessa natura, essere imposta dai pochi ai molti, poichè nella storia dell'uomo c'è sempre stato chi deve comandare e chi obbedire, chi deve pesnare e chi deve eseguire, chi deve avere un potere e chi non deve averlo. E che perciò la non-stratificazione sociale è impensabile. In sintesi, affermano che il mondo così è e così deve restare.

Non voglio negare, beninteso, che la comunità umana debba essere in qualche modo organizzata, nè che per fare ciò sia indispensabile una norma. La strada percorsa fin qui è senza dubbio la più comoda, ma anche la più indegna dell'uomo. E' mia ferma convinzione che si possa e debba cambiarla. Cambiarla del tutto e per sempre, senza possibilità di ritorno.
Si tratta di essere umani. Si tratta di scegliere. L'uomo, a differenza degli altri animali, ha la facoltà di accettare o rigettare qualcosa. Può scegliere tra un mondo e un altro. Questo dobbiamo mostrarlo ai giovani. Sempre se è nostra intenzione sperare in un mondo migliore.

Antonio Saccoccio

mercoledì 9 marzo 2011

I frutti della valutazione scolastica: slealtà, scarso apprendimento, ansia, depressione, produttivismo

Da anni ci esprimiamo criticando fortemente la deriva valutazionista della scuola. In un paragrafo di quello che doveva diventare il Manifesto della Scuola Net.futurista, avevamo indicato nella valutazione una delle criticità fondamentali (tanto che entrò a far parte anche del manifesto generale del 2008). Per anni abbiamo continuato a riflettere sulle possibilità di una scuola d'avanguardia, senza riuscire mai a completare quel manifesto (e presto ne esamineremo le ragioni). Ma è significativo che l'unico paragrafo in qualche modo compiuto sia stato quello sulla valutazione.
Probabilmente senza valutazione, la scuola avrebbe ancora un senso. Provate un attimo ad immaginare una scuola in cui nessun prodotto o prestazione viene trasformato in voti. Basterebbe sostituire alla valutazione continua una serie di opinioni, critiche, consigli, esempi. Immaginiamo un contesto simile e le conseguenze. Cosa accadrebbe?
1. Il rapporto alunno-professore diventerebbe meno teso, più amichevole, più sincero. Non ci sarebbero più tentativi dell'alunno di fregare il professore (compiti copiati, scaricati dal web, etc.), nè del professore di fregare l'alunno (perchè anche questo accade, e non raramente!). La slealtà avrebbe poche ragioni di esistere.
2. Studiando non in funzione del voto, l'alunno sarebbe portato a studiare solo per passione, generando così un apprendimento reale, e non puramente formale e destinato a svanire nel giro di qualche giorno/settimana.
3. Scomparso il voto, scomparirebbero automaticamente le conseguenze aberranti che porta assai spesso con sè: paure, stress, ansia, depressione. Su questo problema dell'ansia scolastica occorre riflettere maggiormente. Ci sono varie scuole di pensiero che occorre stroncare rapidamente. C'è il professore che semplicemente ignora e fa finta di ignorare l'ansia che provoca con il suo atteggiamento da giudice inquisitore. C'è chi invece nota l'ansia, ma attribuisce la colpa a chissà quale stato di insufficienza mentale degli alunni. Su queste due categorie non vale la pena neppure di discutere, tanta è la pena (!) che ci fanno i signori che le sostengono.
Ma c'è un'ultima scuola di pensiero, indubbiamente più evoluta delle prime due, ma che va contrastata con altrettanta convinzione. C'è infatti chi sostiene che gli alunni debbano affrontare questi stress perchè la vita stessa è stressante, e quindi la scuola in questo modo prepara alla vita futura! Ora, è vero che questa è l'unica risposta significativa che oggi come oggi si può dare ad uno studente ansioso per tranquillizzarlo almeno un po'. Ma è altrettanto vero che quella è una risposta di difesa, un palliativo, e noi abbiamo invece il compito di trovare soluzioni reali. E' certamente vero che la vita oggi è ricca di stress, di ansia e di depressione, ma noi non abbiamo il compito di rendere l'ambiente scolastico ricco di ansia e depressione per renderlo simile al mondo. Se il mondo non ci piace, noi abbiamo il compito di migliorare il mondo, e magari partendo proprio dalla scuola. Se la scuola ci abitua ad accettare la nostra condizione d'ansia, stress e depressione, cosa ci aspetta per il futuro? Una vita d'ansia, stress e depressione, senza dubbio.
4. La valutazione porta con sè l'idea della misurazione, della competizione, e quindi del produttivismo. Questa idea di misurare a tutti i costi ogni cosa è in funzione di una mentalità ormai profondamente orientata alla produzione e al consumo. Anche in questo caso la scuola non è altro che un braccio armato dello Stato, preparando le giovani leve in modo il più possibile omogeneo e tranquillizzante. Anche in questo caso occorre opporsi ad un sistema che viene dato per scontato, e che invece è il frutto di una visione del mondo mediocremente adagiata sulla sofferenza, il dolore, la paura.

Antonio Saccoccio

venerdì 25 febbraio 2011

La scuola noiosa. Un modello da combattere.

Avevamo letto qua e là dell'ennesimo libello scritto da insegnanti frustrate e totalmente incapaci di decifrare la realtà contemporanea. Non ne avevamo parlato perchè siamo ben consapevoli che criticare queste pubblicazioni significa in qualche modo dare alle stesse una qualche credibilità. Non sprechiamo del tempo per criticare ciò che è irrilevante, ciò che fa parte della palude culturale. Eppure, oggi quel libello arriva sulla prima pagina del Corriere della Sera. Centinaia di migliaia di poveri lettori italiani avranno letto l'articolo di Cesare Segre (illustre filologo e critico letterario), in cui elogia (sic) il libro di Paola Mastrocola (è lei l'autrice dell'ultimo disperato delirio in favore della scuola perduta). E allora dobbiamo finalmente parlarne. Perchè il pericolo, nel nostro Paese, di una deriva autoritaria, di una completa restaurazione di un pensiero gerarchico e fascistissimo non è da sottovalutare. Intendiamoci, il problema si pone per i prossimi 5-10 anni, perchè già tra 20 anni di questo ennesimo patetico libello non resterà ovviamente nulla, e delle parole di Segre ci si potrà far beffe. Tra 20 anni di tutta questa faccenda resterà soltanto questo nostro articolo, come è ovvio e giusto che sia.
Fino a quando tanta gente si informerà sulle grande testate nazionali e sui pochi grandi canali televisivi nazionali, dovremo fare molta attenzione. Fra qualche decennio, quando sarà ultimato il processo di decentralizzazione e degerarchizzazione del potere mediale, allora non dovremo neppure sprecare questi minuti per contrastare articoli senza idee come questi, che finiranno immediatamente nell'indifferenza più totale.
Il titolo dell'articolo di commento di Segre è tutto un programma: "La scuola facile. Un modello che non va". Dobbiamo essere sinceri. In noi avanguardisti è presente anche un gran godimento nel leggere la frustrazione di questi professoroni, che annaspano in quel tempio della Cultura che credono in qualche modo ancora di tenere in piedi con la loro autorità. Ma la realtà è ancora ben altra. Sui quotidiani nazionali non fanno certo scrivere chi è in grado di percepire e decifare la sensibilità contemporanea. Fanno scrivere chi è in linea con la sensibilità del nostro dopoguerra (prima del boom, sia chiaro!).
Com'è possibile che un professore universitario come Segre possa lodare idee tanto decrepite e pericolose? La risposta è molto probabilmente una sola: Segre è un filologo.
Ma ascoltiamo le sue parole:
Il suo bersaglio polemico è la didattica di don Milani e di Gianni Rodari, che comunque diedero un appoggio, autorevolissimo, a tendenze già in atto. Don Milani predicò contro il babau del nozionismo, svalutando il concetto di nozione come conoscenza, e, in generale, il tipo di conoscenze che sono di solito oggetto di studio. Di qui l' avversione per il sapere letterario (guai al povero Virgilio!) e in particolare linguistico, considerati appannaggio dei ricchi. E anche la valorizzazione del territorio, la chiusura nella provincia e nei lavori contadini: non pensando che questo bloccava qualunque aspirazione al miglioramento mentale, ma anche economico degli scolari.
Ecco. Il filologo ritira puntualmente fuori la rivalutazione del nozionismo. Possiamo sorridere quanto ci pare. Ma questo è il livello del dibattito sulla scuola nel 2011 sul nostro principale quotidiano nazionale. Ritirare fuori la questione del nozionismo ci pone fuori dalla storia, fuori dal mondo, fuori dalla realtà. Il nozionismo scolastico è la causa di tutti i mali (quasi, ma lo aggiungiamo poco convinti) della società contemporanea. Che il nozionismo sia portatore di superficialità, vanità, disimpegno, morte non è per fortuna più argomento di discussione, neppure al bar dello sport. Su queste pagine si discute se tutta la scuola, anche quella meno stupidamente nozionistica e più autenticamente libertaria, sia da cancellare. Di questo si dovrebbe discutere anche sulla prima pagina del Corriere della Sera.
Noi dobbiamo impegnare le nostre forze per cancellare questa idea di vita asservita alle istituzioni più autoritarie (la scuola) e ai valori più dannosi (lo studio, la disciplina). La vita non può essere al servizio della scuola. Forse potrebbe essere accettata una scuola al servizio della vita. Molto più probabilmente la scuola non ha alcun motivo di esistere.
Il problema è che di tutto questo Segre non si preoccupa minimamente. Forse l'obiettivo della scuola dovrebbe essere creare filologi come lui, capaci di insegnare nelle più prestigiose università e di pubblicare studi critici sulle lezioni varianti nei testi letterari, ma incapaci della minima osservazione critica sulla realtà contemporanea?
Ecco. E' questo il punto. Noi non vogliamo essere filologi. Noi vogliamo essere uomini a mille dimensioni. O meglio: vogliamo essere anche filologi, ma prima ancora uomini a mille dimensioni.
E poi, inserire in un'accozzaglia di tòpoi tanto ammuffiti il freschissimo nome di Don Milani. Per favore, occupatevi di altro. Lasciate stare Don Milani, che veleggia alto su territori che non potete neppure sfiorare da lontano.

Ma leggiamo ancora Segre:
Era inevitabile che in questa cultura «facile» fossero affossati gli studi considerati «noiosi», o quelli che sembrassero privi di utilità pratica immediata.
Ecco il punto decisivo. Occorre annoiarsi, altrimenti non si sta studiando! Eppure io non ricordo mai di aver appreso qualcosa annoiandomi. Quando amo ciò che leggo, non ho assolutamente l'impressione che sia noioso o faticoso. Persino l'articolo di Segre, noiosissimo in sè, non mi annoia. Mi diverte.
E divertiamoci ancora.
Qui la Mastrocola mostra bene, con opportuni riferimenti, che si è affermata una nuova pedagogia, che favorisce «la scuola del fare, del saper essere, del saper stare (insieme), dello smanettamento collettivo e dell' invasamento tecnologico, non certo la scuola del sapere, delle nozioni (intese come conoscenze), della letteratura e dello studio astratto, teoretico».
Difficilmente si può avere la fortuna di leggere un condensato simile di passatismo. La confusione di queste parole è sicuramente sintomatica della frustrazione di chi le ha partorite. Il procedimento mentale che può portare a mettere insieme il fare, il saper essere, il saper stare insieme (obiettivi altissimi) con lo smanettamento collettivo e l'invasamento tecnologico (qualsiasi cosa significhino queste espressioni nel cervello degli autori) è patologico. Sembra di sentire il lamento disperato dell'ultimo degli schiavisti prima che i liberatori facciamo giustizia dei loro misfatti.
Ma si percepisce anche, e molto chiaramente, l'enorme frustrazione, in quell'aggettivo-spia "tecnologico", che messo lì in mezzo tanto a sproposito finisce per smascherare intenzioni puramente reazionarie.

E infati il finale, sempre all'insegna dell'anti-tecnologismo più sciatto e ignorante, è letteralmente memorabile. Un finale che vorrebbe essere epico. E non fa che divertirci ancora di più.
Difficile indicare rimedi alla situazione messa in luce dall' autrice. Occorre un nuovo cambio di mentalità, che rimetta al centro dell' insegnamento lo studio, e che annulli l' insensato asservimento del sapere umanistico a quello tecnologico. Per ora, la Mastrocola dovrà rassegnarsi ad essere considerata una reazionaria. Ma questo è forse uno dei pochi casi in cui solo la reazione può difendere ideali e principi vitali prima che vengano definitivamente cancellati.
"Insensato asservimento del sapere umanistico a quello tecnologico". Chissà se Segre si rende conto che grazie a tecnologie può fare il suo altissimo mestiere di filologo. E chissà se si rende conto che grazie ancora ad altre tecnologie può scrivere fesserie del genere ed essere letto da centinaia di migliaia di persone, prima su carta, poi su schermo. Ancora una volta l'uomo dimezzato, scisso, dissociato del Novecento si presenta ai nostri occhi: ancora una volta dobbiamo sentirci fare la morale con la contrapposizione tra sapere umanistico a quello tecnologico. E' un mondo finito quello di cui parla Segre. L'uomo ad una dimensione che non ci sarà più per fortuna. Non ci sarà più perchè la scuola che vogliono quelli come lui, la scuola che ci ha fatto studiare 30 canti della Commedia dantesca e non ci ha fatto realmente riflettere su nessuno di quei canti, la scuola in cui si studia e si impara ad annoiarsi, quella scuola è finita.
Continuare poi a difendere la scuola della morte in nome di "ideali e principi vitali" (quali sarebbero? lo studio? la noia? la fatica? la disciplina?) è comico. La vita è un'altra cosa. La vita è piacere. La vita è entusiasmo. La vita è libertà.
Andrà avanti forse per qualche anno questa scuola noiosissima, grazie agli sforzi eroici di libellisti di quart'ordine e filologi fuori dal mondo. Ma i giochi sono ormai fatti. Nel mondo che vogliamo non solo non esisteranno gli studi noiosi. Ma non esisterà - e di questo non meravigliatevi troppo - neppure la parola "studio".

Antonio Saccoccio

venerdì 11 febbraio 2011

"Se studierai bene, poi ti darò un dolce!": Carlo Michelstaedter e la sua critica all'educazione e alla scuola

Carlo Michelstaedter è una di quelle figure che dobbiamo rimpiangere. Dobbiamo rimpiangere soprattutto la sua morte prematura, quel colpo di rivoltella con cui si tolse la vita a soli 23 anni. Pochi giorni dopo la morte, Giovanni Papini scrisse che si era suicidato per "accettare sino all’ultimo onestamente e virilmente le conseguenze delle sue idee".
Le sue tesi sulla retorica e la persuasione sono ancora oggi ricche di ottimi spunti critici. E le pagine che sentiamo più vive sono proprio quelle dedicate alla critica della scuola e dell'educazione. Ripercorriamo quelle pagine, tratte da "La Persuasione e la Rettorica" (1910), che fu - badate bene! - la sua tesi di laurea.

La peggior violenza si esercita così sui bambini sotto la maschera dell’affetto e dell’educazione civile. Poiché colla promessa di premi e la minaccia dei castighi che speculano sulla loro debolezza e colle carezze e i timori che alla loro debolezza danno vita, lontani dalla libera vita del corpo, si stringono alle forme necessarie in una famiglia civile: le quali come nemiche alla loro natura si devono appunto imporre colla violenza o colla corruzione. [...]
«Tu sarai un bravo ragazzo come quelli che vedi là andare alla scuola, sarai come un grande». Gli si forma il mito di questo bravo scolaro grande, e ogni cosa appartenente allo studio, alla scuola acquista un dolce sapore: l’andare a scuola, la borsa per i libri ecc. E si forma la gerarchia dei valori in rapporto alla superiorità della classe: «Se sarai bravo, il prossimo anno, non scriverai più sulla lavagna, ma in quaderno!» e con l’inchiostro!». Tutti approfittano di quest’anima in provvisorio che sogna «il tempo quando sarà grande», per violentarla, «incamiciarla», ammanettarla, metterla in via assieme agli altri a occupare quel dato posto, e respirar quella data aria sulla gran via polverosa della civiltà.
Occorre riflettere attentamente - lo abbiamo detto più volte - su questa idea del "mito della scuola". Michelstaedter giustamente parla del "mito" del bravo scolaro. E' proprio facendo forza su questo mito che si può violentare e ingabbiare i bambini, i ragazzi.
Ma il giovane filosofo goriziano va anche oltre questa constatazione. La dissociazione tra piacere e dovere è un altro aspetto fondamentale della questione. E anche questa parte con la scuola.

Fin dai primi doveri che gli si impongono, tutto lo sforzo tende a renderlo indifferente a quello che fa, perché pur lo faccia secondo le regole con tutta oggettività. «Da una parte il dovere dall’altra il piacere». «Se studierai bene, poi ti darò un dolce – altrimenti non ti permetterò di giuocare». E il bambino è costretto a mettersi in capo quei dati segni della scrittura, quelle date notizie della storia, per poi avere il premio dolce al suo corpo.
«Hai studiato – adesso puoi giuocare!».
E il bambino s’abitua a considerar lo studio come un lavoro necessario per viver contenti, se anche in sé sia del tutto indifferente alla sua vita: ai dolci, al giuoco ecc. Così gli si impongono le determinate parole, i determinati luoghi comuni, i determinati giudizi, tutti i καλλωπίσματα della convenienza e della scienza, che per lui saranno sempre privi di significato in sé ed avranno sempre soltanto tutti quel costante senso: è necessario per poter avere il dolce, per poter giuocare in pace: la sufficienza e il calcolo.
Quando al dolce e al giuoco si sostituisca il guadagno, «la possibilità di vivere» –: «la carriera», «la via fatta», «le professioni» – lo studio o la qualsiasi occupazione conserveranno il senso che il primo dovere aveva: indifferente, oscuro, ma necessario per poter giocare poi, cioè per poter vivere ai miei gusti, per mangiare, bere e dormire e prolificare.

L'indifferenza e l'alienazione di tutta una vita partono così da quel meccanismo terrificante che è la scuola e lo studio utilitaristico. La drammatica indifferenza verso ciò che si legge e si studia. Dante, Leopardi, Seneca e Platone trasformati in mezzi per ottenere il dolcetto, il premio, il successo. L'ammaestramento e l'indottrinamento a cui sono sottoposte le giovani menti, con tutte le convenzioni sociali e i luoghi comuni mascherati da alti pensieri: tutto ciò grazie all'istituzione scolastica.


Così ne potremo fare un degno braccio irresponsabile della società: Un giudice, che giudichi impassibile, tirando la proiezione dalla figura che l’istruttoria gli presenti sulle coordinate del suo codice, senza chiedersi se questo sia giusto o meno. Un maestro, che tenga 4 ore al giorno 80, 90 bambini chiusi in uno stanzone, li obblighi a star immobili, a ripetere ciò che egli dica, a studiare quelle date cose, lodandoli se studino e siano disciplinati, castigandoli se non studino e non s’adattino alla disciplina, – e non s’accorga d’esser un uomo che sta esercitando violenza sul suo simile, che ne porterà le conseguenze per tutta la vita, senza sapere perché lo faccia e perché così lo faccia – ma secondo il programma imposto. Un boia, che quando uccida un uomo non pensi, che egli, un uomo, uccide un suo simile, senza sapere perché l’uccida. Perché egli non veda mai altro in tutto ciò che quell’ufficio indifferente su cui non si discute ma che gli dà i mezzi per vivere, e sia istrumento inconsapevole. [...]


Come al bambino si diceva: «fai come dice il babbo che ne sa più di te, e non occorre che tu domandi ‘perché’, obbedisci e non ragionare, quando sarai grande capirai». Così si conforta il giovane a perseguire nel suo studio scientifico senza che si chieda che senso abbia, dicendogli: «tu cooperi all’immortale edificio della futura armonia delle scienze e sarà un po’ anche merito tuo se gli uomini quando saranno grandi, un giorno sapranno». Ma gli uomini temo che siano sì bene incamminati, che non verrà loro mai il capriccio di uscir della tranquilla e serena minore età.

L'arte della ripetizione meccanica, immobile e imbecille. L'arte dell'imbecille disciplina e dell'imbecillissima obbedienza. 
Carlo Michelstaedter: anno 1910.

Antonio Saccoccio